La rincorsa del Grillo

Politica

Milano 13 Giugno – Si è letto più o meno di tutto negli ultimi giorni sui numeri delle amministrative e sul crollo dei Grillini, ma secondo me ci sono alcune valutazioni da fare ed errori da correggere. E soprattutto una conclusione cui arrivare: Grillo non è morto, sta solo prendendo la rincorsa.

  1. I Grillini hanno fatto schifo. Vero. Verissimo. La storia che sarebbero cresciuti dal 2012 è puerile e si basa su un raffronto ridicolo tra prima che entrassero in Parlamento e dopo. Tutto questo premesso, c’è una piccola coincidenza che dovrebbe farci riflettere. Nell’ora in cui cadono le stelle, cade anche l’affluenza. Potrebbe essere una coincidenza. Abbiamo sempre detto che il gigantismo grillino fosse causato dall’astensionismo, che consentiva al nano di proiettare un’ombra lunghissima. Eppure a Genova non vota nemmeno un cittadino su due e loro vanno male. La scissione, checché se ne dica, gli porta via forse cinque punti (sommati Putti e Kassimatis arrivano a sette e qualcosa, le liste, quando si uniscono, perdono voti da qui l’idea). E da sola non spiega la debacle. Allora perché perdono così male? I dati sull’affluenza, secondo me, ci mostrano chiaramente che i loro elettori sono rimasti a casa. E non è un buon segno per tutti gli altri.

  2. Il sogno di ogni partito è avere un elettorato sempre fedele. Il compromesso più accettabile con la realtà è avere un elettorato che, se fatto arrabbiare, non vada con il partito che passa, ma resti a casa imbronciato. Grillo, in queste amministrative, pare averlo. Questo significa che fra sei mesi, quando si voterà su un terreno a loro più congeniale, come le politiche, potremmo avere delle interessanti sorprese.

  3. Ultima considerazione, esiste anche un’altra chiave di lettura concorrente: gli elettori vogliono Grillo solo quando l’organo da votare è molto lontano da loro, oppure quando tutti, ma devono essere proprio tutti, gli altri sono invotabili. Gli elettori Grillini, così, paiono del tutto consci dei danni che sta per fare il loro voto. Quindi lo scelgono solo quando va ad intaccare cose che sentono lontane, e quindi non li responsabilizzano, oppure quando l’alternativa sarebbe disastrosa. E no, questo non è un buon segnale per i Cinque Stelle.

  4. Un cenno sul PD. I dem sono in piena crisi di identità, ma lo nascondono ancora bene. La scissione di Bersani li ha danneggiati non sul piano numerico, o almeno non solo e non tanto, ma su quello identitario. Non essendo più quelli lì, gli ex Pci-Pds-Ds-Pd hanno perso le proprie radici e stanno soffrendo. Moltissimo. Reggeranno ai ballottaggi, ma devono decidere chi essere. E non grandi. Da domani. Tenendo conto che il loro modello, quello Obamiano è morto e Macron ha il problema di essere irripetibile qui.

  5. Il Centrodestra festeggia, ma solo perché la gente non sa leggere i numeri. Il caso emblematico è Padova. Dove la giunta a traino leghista ha desertificato i partiti (Lega, FI e FdI sommati fanno la metà della civica personale del sindaco) ed ha raggiunto al primo turno il massimo punto di espansione al 40&. al secondo si troverà contro un fronte variegato, ma molto agguerrito, di “tutti tranne loro”. Ecco, io ai ballottaggi non vedo la situazione così rosea. Soprattutto perché il traino leghista è poco inclusivo ed impedisce di compattarsi attorno ad un obiettivo. La vittoria. L’Italia, si dice da molti anni, è un paese di centrodestra. Io non credo sia vero. È un paese moderato. Che è cosa ben diversa.

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