Burke, amico e nemico dei conservatori

Politica

I conservatori si sono riuniti a Roma in una due giorni più di confronto, di esibizione al mondo. All’indomani della condanna del comunismo, omologato al nazismo, della Brexit di Johnson e del momento di trionfo del Presidente Usa Trump, uscito indenne dall’impeachment, il vento non è stato mai tanto a favore delle destre mentre tutte le analisi maintream progressive una dopo l’altra appaiono smentite dalla realtà. La conversione ad U fatta dalla politica anglosassone, passata da globalismo a protezionismo e dal politicamente corretto al nazionalismo, oggettivamente oggi sostiene le posizioni conservatrici con tutta la forza del suo primato in Occidente.

Eppure gli oratori, messi in campo a Roma dalla Fondazione Burke il 3-4 febbraio, hanno parlato come non si fossero accorti dell’inversione del vento politico culturale soffiato per decenni dagli Usa ed inspirato con forza in Europa. Si sono esibiti come minorati oppositori del mondo di Obama e Clinton, pur imperando Trump e Johnson. Hanno dimostrato di soffrire l’oggettiva posizione di minoranza dei due eurogruppi rappresentati, l’Ecr italopolacco (conservatori e riformisti)  di Fitto e Legutko e l’ID (identità e democrazia) francoitaliano dei Le Pen e dell’assente Salvini, due gruppi che restano a Bruxelles, malgrado gli abbracci, divisi, senza far corrispondere al voto, una massa d’urto parlamentare considerevole, di 150 membri, praticamente uguale ai socialisti. Forse hanno sentito la damnatio di oppositori a vita in patria, come la francese Maréchal, nipote dei Le Pen e figlia del fondatore del movimento giovanile del Front National, che rischia alla prossima candidatura alla presidenza del ’22 di trovare un nuovo blocco, magari inventato come quello tecnocratico di Macron. Oltre l’Europa delle patrie della Meloni, Marion, pur di avvicinare Roma e Parigi, lancia l’alleanza latina italofrancoiberica da unire ai Paesi di Visegrad (per circondare i tedeschi), anche se in Ecr ed Id ci sono solo 4 spagnoli e neanche un portoghese. Anche l’Italia ha dimostrato ampiamente le difficoltà della destra, anche moderata, di mantenere il potere; tra burocrazie, giurisprudenza e associazionismi più o meno spontanei non le bastano neanche maggioranze superlative.

Ryszard Legutko

Il capogruppo europeo dell’Ecr Ryszard Legutko non è all’opposizione. Il filosofo di Solidarnosc che porta uno dei numi tutelari della conferenza, Papa Wojtila (l’altro è Reagan), esponente di potere in patria, trova nel suo The Demon in Democracy che il liberalismo possa essere asfissiante come il totalitarismo comunista. Anche Dio è venuto a somigliare a un democratico liberale, proprio come nel comunismo Dio, anche se non esisteva, era comunque un buon comunista. Esempi ne sono la comune volontà di riscrivere la storia e di determinare i comportamenti umani più intimi come quelli sessuali. Legutko non comprende le reazioni europee alla sottomissione polacca della finanza nazionale al parlamento; così come della sottomissione della magistratura ungherese al parlamento voluta da Orban (ed esistente in Francia). Tutti i conservatori hanno l’impressione che sia impossibile difendere la famiglia oppure osteggiare l’eutanasia per le posizioni prese dai tribunali che si sostituiscono alle leggi. Ai conservatori viene rinfacciato di minacciare l’ideologia dei diritti umani, che vanta l’inalienabilità non sottoponibile al giudizio democratico delle maggioranze.

Yoram Hazony

Anche il 55enne ma giovanile israeliano Hazony, presidente della Burke, appartiene a forze al potere in patria. Si sente però all’opposizione di euro ed Unione Europea, delle mega burocrazie e dei poteri sovranazionali, delle multinazionali, dei colossi del web e dei poteri finanziari, a tanti dei quali però deve parte della forza del proprio paese, Il filosofo, autore de La virtù del nazionalismo, premiato volume conservative del ‘19 viene dal paese occidentale con la maggiore esperienza nazionalistica storica attuale, dato lo stato belligerante permanente in cui vive; esperienza che promuove uno stretto rapporto tra popolo e istituzioni e la libertà di ciascun popolo di decidere per sé, oltre le cosiddette idee giuste universali. Non c’è dubbio però che l’idea stessa di Israele abbia potuto contare sull’aiuto imperiale occidentale.

Motto della conferenza conservatrice è Dio, Onore e Paese che rappresentano il valore dell’anticomunismo degli ’80 impersonati da Wojtila e Reagan. Di quella stagione manca apparentemente il richiamo a Craxi, non a caso ben rappresentato dagli intellettuali italiani chiamati a parlare (Maglie e Gervasoni), entrambi passati da sinistra a destra. Resta di quel tempo il vulnus della destra e degli Usa che per interessi contingenti  e nazionalistici preferirono sacrificare i socialdemocratici destri e permettere la sopravvivenza nel trasformismo degli ex comunisti. Il primo elemento, assimilabile allo stile europeo della Von Leyen, più che la religiosità, sottolinea la tradizione bianca. I conservatori europei non vogliono che il vecchio continente divenga, come l’America, multirazziale. L’elemento dell’onore rifiuta le alleanze spurie che stanno trasformando tutti gli antagonisti – liberali, verdi, socialisti- in una coalizione incolore mossa solo dal’avversione verso la destra, platealmente dimostrata in Turingia. L’elemento nazionale velleitariamente vorrebbe preservare le enormi diversità oggi esistenti in Europa sulle assi nord-su ed est-ovest. Non tutti gli aspetti tengono insieme i conservatori sulle due sponde atlantiche. Quelli anglosassoni possono difendere un paese che è al tempo stesso nazione ed impero, il cui primato dell’economia si identifica nello Stato. Un mondo, libero di decidere per sé, che per i propri interessi, ha sostenuto il globalismo ed ora greater again, opta per il contrario. I conservatori europei al contrario, sanno che per difendere le tradizioni, devono mantenere il primato della politica, cioè dello Stato, sull’economia, a costo di impoverirsi. Anche la guida anglosassone è pietra d’inciampo per i conservatori europei che con la Marechal vorrebbero indipendenza (bloccare il processo di standardizzazione forzata) e mani libere per intrecciare legami con  Uk, Usa e Russia. L’ambizione di riportare l’Europa allo status di grande potenza, l’antica idea gollista, è per altri versi fumo negli occhi per l’esteuropeo.

Lo stesso nome tutelare di Edmunde Burke, il filosofo e politico angloirlandese nemico della rivoluzione francese fu l’apostolo, non conservatore ma liberale, dell’antibonapartismo inglese che aveva ritrovato il suo equilibrio trimmer, senza costituzioni, dopo l’esperienza paranapoleonica di Cromwell. Da Londra l’antibonapartismo trovò alleati nelle corti monarchiche orientali che a vittoria avvenuta squillarono il manifesto autoritario della Santa Alleanza, da cui progressivamente l’UK si dissociò. Poi gli stati europei, nell’epoca dei nazionalismi, a partire da Italia e Francia, si ricostruirono proprio sui codici napoleonici, dove risiedono le radici delle destre. Per queste antiche contraddizioni, anti e filo bonapartiste, i conservatori si muovono cauti anche in un tempo che è il loro, con un rapporto di amore odio con atlantismo ed Occidente.

Alla fine, malgrado il tentativo francese di sposare l’ambientalismo catastrofista, di tutte le tesi politiche concrete- indipendenza e potenza dei paesi bianchi, dirigismo, familismo naturale, primato delle maggioranze su tutto il resto, l’unico campo d’azione praticabile per i conservatori resta la politica antimmigratoria e di blocco delle frontiere. Politica sufficiente a mantenere vasti elettorati che finora non sono riusciti a ostacolare il procedere delle trasformazioni economiche e burocratiche, impermeabili ai consensi ed ai dissensi.

 

Giuseppe Mele

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.