I talenti con la valigia

Attualità

Perché tanti giovani italiani all’estero?

Dopo una pluriennale esperienza in qualità di Direttore Risorse Umane, il Prof Enrico Minelli è attualmente docente di Risorse Umane e Organizzazione Aziendale presso Istituzioni Universitarie, Società di Consulenza e tiene i corsi di formazione di Regione Lombardia relativi alle sue materie.

1 -Emigrazione verso i paesi esteri…Una grande percentuale di giovani decide di abbandonare l’Italia e di emigrare all’estero per lavoro. Perché? Qual è l’offerta e la proposta estera ai nostri giovani, rispetto all’Italia?

Prof. Enrico Minelli

Sono diversi i motivi che spingono i giovani ad andare all’estero. Primo perché all’estero c’è più facilità di far carriera e c’è una formazione migliore. In Italia il giovane che arriva in azienda, viene spesso “gettato” – letteralmente – nella mischia. All’estero c’è un concetto di formazione che in Italia non abbiamo, ad eccezione di qualche grande azienda o multinazionale. Ricordiamoci che l’85% delle aziende italiane sono medio piccole e vedono la formazione come un tempo sottratto alle attività aziendali. Il fatto di non dare un training adeguato, insieme a un carico di lavoro eccessivo è una delle cause che portano molti giovani del “burnout” . Il giovane all’estero ha innanzitutto una formazione che gli permette di affrontare in maniera professionale nuove sfide e maggiori responsabilità. Ci sono criteri obiettivi per valutare le “performance” dei dipendenti e dei piani di sviluppo e di carriera molto chiari. In Italia, soprattutto nelle piccole medie imprese, spesso si dà precedenza ai figli, agli amici, ai senior e magari meno possibilità ai  giovani qualificati e preparati. Oltre alla formazione e alle maggiori possibilità di carriera, un altro motivo è la retribuzione. Ricordiamo che nel nostro paese le retribuzioni dei giovani sono statisticamente le più basse d’Europa.

2- Quali sono le caratteristiche dei giovani che decidono di andare all’estero a lavorare all’estero?

Molti appartengono alla fascia 25-35 anni e hanno un livello di istruzione medio alto, laurea magistrale, dottorato o altri corsi di specializzazione. Ultimamente si è alzata l’età in quanto anche molti manager se ne vanno oltreconfine per trovare contesti lavorativi dove non soltanto il merito viene valorizzato ma c’è una maggiore mobilità interna, ambienti più internazionali e maggiori investimenti in innovazione e ricerca. Detto questo vorrei chiarire che i talenti italiani all’estero non sono soltanto i laureati ma anche molti lavoratori qualificati, giovani nel settore turistico e alberghiero o lavoratori freelance. Chi lascia il nostro paese ha caratteristiche di elevata adattabilità a contesti diversi, un orientamento internazionale, è disponibile al rischio, conosce l’inglese o altre lingue, o perlomeno ha voglia di impararle. Da un punto di vista statistico le regioni che esportano più giovani sono Lombardia, Veneto e Sicilia.

3 – Quali altri elementi possono condizionare la scelta di un giovane di lavorare e di restare all’estero?

Spesso c’è un maggior equilibrio vita-lavoro, servizi più efficienti, istituzioni più vicine al mondo del lavoro, più welfare e più attenzione per la vita personale del lavoratore. Ne è un esempio la flessibilità lavorativa che è molto più diffusa rispetto al nostro paese. Molti sviluppano una mentalità “transnazionale” mantenendo rapporti con l’Italia ma costruiscono vita, relazioni e carriera altrove. Ricordiamoci che molti non partono con l’idea di “andarsene per sempre” ma per un’ esperienza temporanea. Dopo un primo lavoro soddisfacente, dopo l’aver creato una rete sociale di contatti, una “stabilizzazione” economica, e magari una situazione sentimentale, il giovane decide di stabilirsi nel paese estero. Anche perché chi è tornato spesso non è riuscito a reinserirsi adeguatamente, ha dovuto scontrarsi nuovamente con le poche possibilità di crescita, insomma molti hanno percepito un “downgrade professionale”.

4 – Giovani precari con contratti di lavoro che vincolano il loro futuro. Quanto influisce la precarierà lavorativa per spingere un talento a lasciare il nostro paese?

A mio parere il problema non è tanto il contratto a tempo determinato et similia, ma è la scarsa motivazione che le aziende danno ai giovani con tali modalità contrattuali. Cosa significa?
L’azienda spesso vede il contratto a tempo determinato come un modo per non tenersi il lavoratore. Esempio: assunzione per sei mesi perché si ha bisogno di sistemare il magazzino, o perché c’è un picco di produzione, e va bene. Ma l’azienda dovrebbe vedere il giovane come un investimento, cioè dovrebbe

anche tenere conto che se la persona a tempo determinato ha delle potenzialità, qualora ci siano possibilità, dovrebbe trattenerla, non sostituirla con un altro che poi finirà e con un altro ancora per non avere il vincolo del tempo indeterminato. Anche perché il continuo “turnover” danneggia l’azienda come immagine nei confronti dei clienti e dei terzi oltre che comprometterne l’efficienza. Non parliamo poi degli stage utilizzati per fare dei lavori che di stagista non hanno nulla!

5- Cosa consiglieresti ai giovani che rimangono in Italia, aziende italiane o aziende estere/multinazionali?

Io personalmente vedo differenze tra multinazionali, grandi aziende e pmi. Le pmi, parlo da Direttore di Risorse Umane, sono indietro nella gestione del capitale umano perché “lavorare” sul capitale umano è un investimento a medio lungo-termine. Cosa significa? Significa che la grande azienda o la multinazionale investe sul capitale umano mentre l’azienda italiana investe meno, poiché non ha subito un ritorno. Pertanto, il mio consiglio ai giovani è una multinazionale o un’azienda che offra delle buone possibilità di formazione e di crescita.

Per completare il discorso vorrei citare una recente ricerca di “Unioncamere” in base alla quale la fuga dei “cervelli” ci costa 12 miliardi, in quanto con l’invecchiamento della nostra forza lavoro avere tanti giovani italiani all’estero sta diventando non soltanto una emergenza demografica, ma un grosso freno alla nostra competitività rispetto ad altri paesi. Lo scorso anno erano 100.000 i laureati tra 25 e 35 anni stabilmente all’estero – relazione del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta marzo 2025. Aggiungiamoci i non laureati e la cifra aumenterà sicuramente. Contemporaneamente abbiamo assistito a una fuga di cervelli dal meridione verso il nord che ha lasciato il nostro paese completamente “squilibrato” nel mondo del lavoro e delle professioni. Mi sembra che di questa situazione, nel suo complesso, se ne parli poco!

 Linda  Tarantino

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