A sinistra ancora si perde tempo a discutere sul significato di “ Patria”, Italia, foibe?

Politica

Patria, Italia, sono parole apocrife per la sinistra? Morire per un ideale di identità è materia di discussione per i miopi di sinistra?  Negare le foibe e l’esodo dalmata e giuliano, liquidare la storia con tanti “distinguo”. A chi giova?  Nel confronto fra Edoardo Sylos Labini e Paolo Berizzi nella puntata di sabato 8 febbraio a Otto e Mezzo su La7, ospite di Lilli Gruber, Labini ha parlato di Patria, Cultura e Identità con la professoressa Alessandra Tarquini e il già citato Paolo Berizzi. Con fierezza e chiarezza “Patria” nasce con Dante, il padre della lingua italiana e per questo dovrebbe accomunare tutti e non essere un elemento divisivo come vorrebbe certa sinistra. C’entra niente il fascismo. Ed è solo rispettando la nostra identità che si può interagire con gli altri rispettandone le tradizioni, altro che razzismo e xenofobia. “Prima gli italiani” è solo uno slogan, il vero pericolo è il terrorismo islamico, basti pensare alla fuga di cittadini ebrei dalla Francia a causa dei continui episodi di intimidazione razziale. Antisemitismo, con cui certa sinistra ha un problema, vedi la Brigata Ebraica che a ogni 25 aprile deve essere scortata. Negazionismo? E che dire dell’ANPI, che al Senato ha organizzato una giornata di studio sulle Foibe senza contraddittorio?”

Interris riporta la testimonianza di Giuseppe, esule per non rinnegare il suo essere italiano “Troppo a lungo il nostro Paese ha lasciato che la nebbia del tempo cancellasse, o semplicemente oscurasse l’espatrio forzato degli italiani in territorio istriano, dalmata e giuliano consentendo alla tragedia dei campi profughi degli esodati di confondersi con i tanti drammi del secondo dopoguerra. Così come ai martiri delle foibe di restare laggiù, dimenticati a centinaia di metri dalla luce del sole….Giuseppe è uno di loro. Lui e la sua famiglia, italiani di Fiume, scampati alla guerra per andare incontro a un futuro da esodati in un Paese sconfitto, che a quelli come loro destinava un angolo nelle caserme dismesse e un rancio militare frutto del sussidio di 100 lire concesso dal governo: “Da Fiume ce ne andammo nel ’46. Mio padre era carabiniere a Lubiana, in Slovenia, e in città avevamo due negozi di frutta. Non so per quale motivo, forse perché Fiume non godeva di molte colture né verde, ma era un’attività estremamente redditizia. Noi fummo cacciati, i negozi rimasero lì dov’erano. I “titini” furono feroci con le loro azioni di repressione, capaci di veri e propri orrori. In famiglia eravamo 8, fummo caricati su un treno nei vagoni del bestiame e lasciammo la nostra città per andarcene a Trieste”. Non da cittadini però, non ancora: “All’epoca Trieste era una città divisa e aveva un campo profughi dove ci accolsero, per modo di dire ovviamente. Con le mie orecchie sentii dire, ad alcune persone che pensavano in questo modo di intimorire i bambini, che li avrebbero dati da mangiare ai profughi. E pensare che fra di noi non c’era nessun profugo ma solo gente che non voleva diventare jugoslava, preferendo restare italiana”. L’odissea del reinserimento e della costruzione di una vita è faticosa e umiliante: da quella patria amata, quell’identità nell’anima che aiutava a superare gli ostacoli, furono forza e determinazione, conquista di un legittimo spazio, un grido di presenza. Ancora qualcuno discute sul loro eroismo e sul loro martirio?

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