Caro Sala, una canzonetta non riscatta il degrado e non è una medaglia di nome “integrazione”

Milano

Sala sale sul carro del vincitore Mahmood, scopre  che c’è una periferia di nome Gratosoglio, che la presenza degli immigrati a vario titolo è numerosa, sorvola sulle polemiche vere e giustificate e voilà può decorarsi con una nuova medaglia. Non voglio evidenziare che il brano “Soldi” dell’italo-egiziano sia brutto perché è un giudizio personale, ma ricorrere al politicamente corretto per strumentalizzare la sua vittoria (sempre politicamente corretta), mi sembra una forzatura. Quella frase che proclama la vittoria di Milano e dell’Italia perché Mahmood è diventato il simbolo di un’integrazione nonostante la sinistra abbia programmato qualcosa, è surreale. Il ragazzo come tanti altri ha faticato, lottato, in una periferia dove uno è simile all’altro nelle difficoltà quotidiane.

“Questi giovani artisti sono degli interlocutori importanti: noi siamo partecipi, loro sono voci autorevoli in un certo tipo di mondo, il mondo giovanile che non ignoriamo”, ha detto ancora Sala invitando il rap a palazzo Marino. Si pensa ad un concerto, alla centralità della sua esibizione strumentalizzata in una grande scena, Milano. E Mahmood voleva cantare i disagi e quella malinconia del padre lontano. Ma Gratosoglio rimarrà com’è: il degrado sociale e ambientale non si riscatta con una canzonetta ma si squaderna nel suo squallore.

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