Social Street, o del perché la sinistra odi le periferie

Milano

Milano 6 Marzo – Le social street, per chi non masticasse l’Inglese, sono dei gruppi facebook che fanno riferimento ad una via. Tipo via Tortona, per capirci. In realtà, nella pratica, sono interi quartieri. Per esempio il Lambrate Social Street. E sono gruppi che non sempre nascono spontaneamente, e l’esempio è proprio Lambrate Social Street, dopo averlo frequentato per un po’, la netta sensazione è che il gruppo sia nato come risposta a sinistra al più celebre Lambrate Informa. Ma posso sbagliare. In generale, la sensazione è che sia un’operazione di sinistra per riprendere piede sul territorio. Anche se, dai numeri diffusi dal Comune, se fosse corretta la mia ricostruzione, i risultati non sarebbero comunque esaltanti. Un terzo delle social street sit rova in periferia, 18 su 54. Non proprio numeri esaltanti. Almeno, per la sinistra tradizionale. Quella nuova, Renziana, modaiola, centrale e che a Milano da sei anni lotta strenuamente per ricostruire la Città Proibita, chiudendo fuori lavoratori e periferici, probabilmente è sollevata. Meno bifolchi con i social a criticare la loro bellissima, sfavillante ingegneria sociale. E, forti di questa convinzione, festeggiano il brillante risultato consentendo a queste social street di iscriversi ad un albo (d’oro?) per ottenere vantaggi e rappresentatività. Sarà interessante leggere i dettagli con attenzione, perché si stanno creando associazioni molto particolari, la cui rappresentanza sarà una battaglia al coltello. In ogni caso siamo sempre allo stesso punto: per gli Arancioni la priorità è sempre la povertà. Finché sta fuori di casa ed evita di rompere le scatole.

Altrimenti un minimo di indagine sul perché nelle vie periferiche queste stratosferiche iniziative fatichino sempre a nascere. Ve la ricorda “Via Padova è il meglio di Milano”? Ecco, l’associazione ha salutato la curva e chiuso baracca e burattini. Mancava l’interesse. A dimostrazione che operazioni del genere montate ad arte dall’alto non funzionano, di norma. Anche l’esperienza del Nolo, il quartiere degli artisti, non mi pare stia portando questi risultati stellari. La mia personale teoria è che il grande esperimento di sostituzione etnica confligga con l’altro grande esperimento sociale, cioè quello dell’integrazione sociale. Chiariamoci, io non credo alle sciocchezze sul piano Kalergi. Dico solo che mentre cancelliamo la nostra cultura e facciamo posto a quelle degli altri, il risultato è che tutti perdono identità e nessuno ci guadagna nulla. Vedremo come finiranno le social street, ma sospetto che finiranno solo per confermare quanto detto.

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