Una storia milanese: Faccio bambole per sognare

Le storie di Nene Milano

Mani che raccontano una vita, che parlano concitate o sussurrate, mani che raccontano un presente creato per gli altri, un filo rosso continuo con una realtà immaginata, sognata. Sono piccole, ossute, indipendenti, ed è interessante osservare la mobilità, la celerità con cui lavorano, con la sicurezza dell’esperienza e della creatività innata. Seduta, uno scialle a fiori sulle gambe amputate al ginocchio per un diabete senza pietà, si appoggia con il tronco allo schienale di una sedia a rotelle, statica e solo quelle mani sanno vibrare di una vita propria e gioire, con i pugni verso l’alto.

Marilena ha gesti svelti, spesso ripetitivi, ma sa dare vita a bambole di pezza: le pigotte, sempre diverse e distinguibili, come appartenessero ad una categoria di bellezza incantata, di una naturalezza spontanea quasi animate, si direbbe, dalla sensibilità di chi le costruisce.

“Avevo 10 anni negli anni 50 e aiutavo mia madre, sarta, nella sfida quotidiana per la sopravvivenza: papà dalla Russia non è mai tornato e anche la speranza si è addormentata con il passare del tempo. Imparai da uno “strascé” a fare le bambole dei poveri, per i poveri per scaldare il cuore a Natale. Guadagnavo poche lire e mi sentivo importante, decisiva per le necessità quotidiane. E sin da allora le mie Pigotte sorridono”. E il suo sguardo ripercorre un tempo di amarezza e di allegria, con il dono di una figlia “Sempre in ufficio ma si sa, il lavoro è lavoro e alla sera è sempre presente, basta organizzarsi, vengono le vicine, i bambini a guardare e vogliono una favola sempre nuova e mi portano i fiori profumati con il cuore”.

La stanza sfocia in un ampio balcone fiorito, arruffata da ritagli di stoffa, gomitoli di lana, pennelli, colori e un albero sagomato di legno che offre i suoi rami per appendere le bambole ancora da rifinire. In un angolo del balcone s’impone un ciuffo gigante di glicini “forse a curiosare” pensa Marilena ogni giorno con stupore. Un trionfo di idee, di fantasia.

Le mani si fermano, cullano l’ultima bambola con una carezza ed è infinita dolcezza. Quelle mani operose sono stanche, abbandonate sulle ginocchia cercano il silenzio, ma per poco e Marilena mi confida con orgoglio “Ora faccio le Pigotte per l’Unicef e so che sono bambole magiche, uniche al mondo perché sanno volare per salvare la vita di un bambino.”

Un albero di ciliegio solitario in cortile pare sorridere accompagnando i pensieri di Marilena, con la promessa di una primavera da fiaba.

“Sai, le mie bambole hanno un nome che deve essere rispettato, usato come un portafortuna e non sono esigenti… sono vive con un pezzo della mia anima. Vorresti ridere? Forse per gli estranei appare surreale, ma io viaggio dove ci sono le guerre, la fame, le epidemie, la fragilità del vivere insieme a ciascuna di loro e mi piace immaginare i bambini che sorridono come le mie bambole. Perché le bambole non piangono”

E con quelle mani mi indica il cielo.

Nene Ferrandi

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