Il clima che si è respirato in alcune piazze italiane è lontano anni luce dallo spirito di Stonewall. Dopo la controversa decisione di escludere l’associazione ebraica Keshet dal Roma Pride, la tensione è sfociata in aperta ostilità durante la parata Lgbtq di Bologna, dove ad aprire il corteo era paradossalmente la bandiera della Palestina, paese dove per nulla al mondo verrebbe permesso un evento di questo genere.

Secondo quanto riportato da The Times of Israel tramite testimonianze raccolte da Canale 12, un gruppo di israeliani è stato spintonato e aggredito verbalmente da altri manifestanti per il solo fatto di sventolare una versione arcobaleno della bandiera israeliana. Tra i presenti aggrediti c’erano intere famiglie con passeggini e persino una donna incinta, spinta violentemente.
“Ci hanno urlato contro che eravamo degli assassini, tutti i bambini presenti erano spaventati”, ha dichiarato un testimone. “Eravamo con dei bambini, famiglie orgogliose venute a sfilare in un evento nato per promuovere i nostri diritti, e siamo stati attaccati perché siamo ebrei”.
L’episodio trasforma la piazza dei diritti in un luogo di intolleranza e discriminazione, dove l’identità culturale e religiosa diventa una colpa da punire.
Il modello di Tel Aviv: universalità senza censure

A fare da contraltare a questa deriva c’è la realtà del Gay Pride di Tel Aviv, il ventottesimo della sua storia e il primo dopo il Nova Festival e i tragici eventi del 7 ottobre 2023. Insieme a quello di Gerusalemme, rappresenta l’unico Pride di tutto il Medio Oriente: la prima vera grande festa di un paese ferito che ha scelto di guardare avanti, partendo proprio dai diritti.
I numeri e la composizione della piazza parlano chiaro:
100.000 partecipanti: Un fiume umano che ha invaso la città in un’atmosfera di festa totale.
Massima inclusività: Ebrei, arabi e persone provenienti da ogni angolo del mondo hanno sfilato insieme.
Zero censure: Un evento organizzato da israeliani per il mondo intero, senza esclusi o veti ideologici.
In Israele, la difesa dei diritti omosessuali viene vissuta come un valore autenticamente universale e transnazionale, dimostrando la forza di una democrazia aperta.
Una riflessione necessaria per il movimento italiano
Il contrasto tra le due realtà è stridente e lascia spazio a una riflessione amara. Le organizzazioni LGTBQ romane e italiane, che hanno avallato l’esclusione degli ebrei e tollerato l’aggressività nelle proprie parate, dovrebbero forse fermarsi a ripensare alle proprie priorità.
I diritti non ammettono liste di proscrizione. Per ritrovare il senso profondo della propria lotta, i direttivi dei Pride italiani dovrebbero fare un salto a Tel Aviv il prossimo anno, o magari augurarsi di poter sfilare, un giorno, in un Pride di Teheran finalmente libera.
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