Milano: corteo di protesta dei ristoratori pronti a tutto contro la sordità ipocrita del trasformismo governativo

Milano

La protesta dei ristoratori, baristi, proprietari di discoteche è incontenibile, per una necessità di sopravvivenza, senza chiedere privilegi, con la determinazione di chi esige il diritto al lavoro e alla vita. Al Palazzo va in scena il mercimonio, lo scambio d’incarichi, le promesse senza costrutto. La divaricazione tra la realtà e le parole che siedono su comode poltrone è tutta qui.

Ieri è stata una lunga giornata di aspettative deluse, di grida impotenti contro la sordità del trasformismo governativo. Ecco la cronaca: “Fateci lavorare”. Questa la scritta esposta sulle auto del centinaio di ristoratori, baristi e proprietari di discoteche che nella mattinata di giovedì 21 gennaio partendo dalla Brianza ha raggiunto il capoluogo lombardo intasando la Milano-Lecco, statale 36, con un corteo di protesta ‘a passo d’uomo’.“
“Come loro ci stanno uccidendo, noi bloccheremo Milano”. Le parole più dure arrivano da Floriana Tremiterra, titolare di tre locali, due ristoranti e un bar con musica, tra i circa 200  imprenditori che hanno partecipato a un presidio di protesta davanti alla sede della Regione.

“Chiediamo o le riaperture a norma oppure ristori adeguati alle nostre esigenze” spiega all’AGI Paolo Polli, uno dei promotori che fornisce numeri da brivido: “Stiamo fallendo tutti, già il 20% ha chiuso, entro un mese arriveremo al 50% delle chiusure delle partita Iva  in città. E’ una situazione inconcepibile e se le cose non cambiano penseremo a forme di protesta ancora più decise”.

“Siamo allo stremo – dice ancora Tremiterra mentre i manifestanti gridano ‘Libertà, libertà’ – paghiamo gli affitti e nessuno ci aiuta, tranne il ridicolo credito d’imposta che poi sono tasse. Non vogliamo fallire per colpa dello Stato. Se vogliamo copiare la Germania, allora ci devono dare l’80% di quello che abbiamo perso perché i danni economici sono incalcolabili. Abbiamo dipendenti che ancora non hanno ricevuto la cassa integrazione. L’asporto? Ridicolo perché il 35% finisce alle multinazionali che fanno le consegne. Avrei aderito molto volentieri all’iniziativa ‘Io apro’ ma non ha senso in zona rossa perché i clienti hanno paura e non vengono, cosa che farebbero in zona arancione”.

Sul palco, si alternano al microfono diversi imprenditori. Uno dei leader della protesta urla che “i dpcm illegittimi hanno massacrato le nostre attività costruite con fatica e con sudore” e fa notare che “la Regione che aveva garantito sostegno alle partite Iva si è dimenticata di inserirli nelle finestre di aiuto”.

Protesta dei ristoratori anche fuori dalla prefettura di Milano per le chiusure imposte dalle misure restrittive dei Dpcm: “Ogni imprenditore ha stimato circa 6000 euro di prodotti invenduti e scaduti”, spiega Alfredo Zini proprietario del ristorante Al Tronco. Una delegazione è stata ricevuta dal prefetto al quale sono state consegnate anche le chiavi di 400 locali chiusi dall’inizio della pandemia”

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