C’era una volta la Cultura….e Orio Vergani

Cultura e spettacolo Le storie di Nene

C’era una volta una bambina buffa che festeggiava la domenica con quel giornalone grande che papà recitava scandendo i periodi e prefigurava paesi, personaggi, racconti lontani, da colorare con la fantasia. Nasceva allora quella curiosità che era conoscere, poi approfondire, quindi analizzare, sviscerare, comprendere.

E Orio Vergani rendeva facile, immediata la capacità di una immedesimazione spontanea, senza sovrastrutture ideologiche, di chi aveva osservato e restituito con il pudore di un fanciullo e la malinconia di un adulto le notizie e le figure più rappresentative. Eravamo negli anni 40 e fino al 1960, anno in cui morì, ho pensato che fosse uno dei giornalisti più efficaci per l’umanità e la facilità di scrittura in ogni argomento, del panorama mondiale. E quella sintonia tra Toscanini e il giovane Vergani, stava in tutti i parmigiani che amano le terre di Verdi, nelle parole di mio padre, nel resoconto commosso di Orio Vergani.

Nel ‘26 Toscanini è in visita nella chiesetta di Roncole, che era stata  frequentata dal giovane Verdi “Toscanini era felice; si concedeva giorni di completa serenità e cordialità paesana. Io avevo, vicino a lui, tutti i timori reverenziali del reporter inesperto. L’obbligo del mestiere m’induceva a non mollarlo di un passo, a pedinarlo inesorabilmente, a diventare quasi la sua ombra: forse a infastidirlo. Non sono sicuro che, nella sua vista già stanca, mi riconoscesse sempre. Forse pensava che fossi un giovane musicista o un orchestrale o un corista. Se mi accadeva di dovere dire qualche parola, cercavo una reminiscenza del dialetto di scuola degli anni di Parma, non per ingannarlo, ma per non “stonare” in quella grande sinfonia dialettale.
Sapevo che non avrebbe mai letto quello che scrivevo di lui nelle impacciate cronache. Io ero un “ pivello” messo in movimento perché era estate, quando i “cannoni” di redazione erano in vacanza. Ero un “ripiego”, un comprimario. Come poteva non tremare, il comprimario, che si infilava nel piccolo corteo per andare con Toscanini alle Roncole e, un’ora dopo, per un intero pomeriggio, a Sant’Agata? Il miglior partito cui attenersi era di stare zitto: ogni parola avrebbe potuto essere una stecca. Il miglior partito era tacere e ascoltare.”

 Ma Vergani già da allora, nella sua innata modestia “sapeva mettersi nei panni del lettore più sprovveduto, lo pren­deva per mano, gli faceva per­correre strade che da solo mai avrebbe potuto tentare, gli apri­va l’animo a sentimenti nuo­vi, la mente a meravigliose sco­perte. Se ne guadagnava così la gratitudine e l’amore. Questo il segreto. Se giornalisti e scrit­tori furono quanto lui stimati ed ammirati, nessuno fu di lui più amato. Aveva il pubblico più vario e più vasto: ai suoi funerali convenne tutta Mila­no, letterati, artisti, studenti, ma soprattutto popolo, quel po­polo cui, pur così aristocratico, egli sapeva così bene parlare.” (Mosca, Corriere, 6 aprile 1970)

E questo è il mio modo di intendere il giornalismo, con la sua capacità di spaziare, con quella sete di sapere che è interesse e scrittura, con quel continuo mettersi alla prova con la narrazione, la drammaturgia, la politica, la letteratura, lo sport, la cucina.

Le notizie di giornata solleticano il lettore, ma non possono essere la ragione ultima di un giornale. Vedere la bellezza di un pensiero compiuto, il sogno trepidante di un’utopia, la realizzazione di un progetto, la battaglia per affermare un diritto, ma soprattutto l’umanità di un incontro preparano l’uomo a quel lungo viaggio che è la conoscenza di sé.

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