Quella melodia in testa sbriciolava una vita quasi fosse un pezzo di pane raffermo schiacciato dal tempo. “Dai mamma dai, portami a ballare…” e spariranno le paure, uccideremo i mostri di un tempo convulso , voleremo insieme nei pensieri, le mani intrecciate, un solo cuore.
Luca seduto accanto alla madre che pareva dormire, ricordava con sofferenza le sue ribellioni giovanili, incurante delle ferite procurate a chi gli voleva bene, sicuro, a modo suo, di cambiare il mondo.
“ Chiedevo ed era un’implorazione ‘Portami a ballare’ … vorrei leggere con te un futuro di colori, trasformare la fatica in sogno, rincorrere quella preghiera che dava coraggio, ripetere i gesti nella lunga attesa.”
“Sciogli i tuoi capelli
Lasciali volare
Lasciali girare forte
Intorno a noi” (Luca Barbarossa)
E mi sembrava quel gesto un atto di liberazione dal dolore muto per un figlio rubato quasi con violenza dal movimento anarchico che esigeva ribellione, lontananza spesso dalla famiglia, violenza. All’università, facoltà di filosofia, avevo incontrato Bakunin, dopo Kant, Fichte, Hegel e quel sogno di libertà assoluta, senza regole costrittive, l’inutilità del militarismo, l’autodeterminazione e la volontà personale come uniche motivazioni dell’azione, negando forme di autoritarismo esterno, erano, per me, un volo e un superamento delle imperfezioni umane. Per questo ideale divenni anarchico prefigurando un mondo senza guerre, una reciproca comprensione, un’autogestione della mia vita che fosse autonoma e libera”.
Luca chinava il capo: non avrebbe voluto rivedere le liti furibonde con il padre, i toni accesi di una rivendicazione di vita sorda a qualsiasi ragionamento e gli occhi in lacrime di una madre che, senza capire, ascoltava, non accettava. Una fuga in avanti, l’abbandono della casa, l’approdo a un centro sociale occupato, la convinzione di essere nel giusto con amici giusti. Basta Università, la sottocultura fai da te nelle attività per così dire “impegnate”, era sufficiente per un quotidiano rabbioso, rivoluzionario. Due anni di vita un po’ stracciona, metaforicamente sempre con un bicchiere di vino che dava euforia e quell’odio incontrollabile per chi rappresenta l’autorità. Fino al G8 di Genova nel 2001.
Luca quasi in adorazione, trasmetteva pensieri e desideri. La madre sembrava sorridere con una luce nuova
Lasciati guardare
Sei così bella che
Non riesco più a parlare
Di fronte a quei tuoi occhi
Così dolci e così severi
Perfino il tempo si è fermato
Ad aspettare (Luca Barbarossa)
Il G8 grondante di sangue, di ferocia umana, di tumulti di piazza, di violenze come arma di dialogo, di torture, di ferite divenne l’occasione per rivedere ideali sognati scontrarsi con la realtà, l’esigenza in una comunità di regole uguali per tutti, per una convivenza che rispetti i diritti di ciascuno. La prima libertà è dentro di noi, nei pensieri, nello stile di vita.
“Sono qui, sono tornato… ciao mamma ciao… ma sei volata via, forse tra le stelle, che ascoltano i miei sogni e lì balleremo nelle notti quando una fiaba sorride”.
Nene Ferrandi
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