A partire dal prossimo 1° gennaio, salvo proroghe e modifiche all’interno della legge di bilancio, i comuni italiani si preparano a fare i conti con la fine delle deroghe straordinarie. Negli ultimi due anni, questi strumenti eccezionali hanno permesso a diverse città di superare il tetto ordinario di 5 euro a notte per la tassa di soggiorno. Un’evoluzione che ha trasformato l’imposta in una voce cruciale per i bilanci locali — capaci di raccogliere complessivamente 1,18 miliardi di euro nel 2025, segnando un incremento del 78% rispetto al 2019 e coinvolgendo 1.545 enti — ma che ora rischia di aprirsi a un vuoto economico stimato intorno ai 100 milioni di euro.
Il caso Milano e l’allarme di Palazzo Marino
Il capoluogo lombardo rappresenta il nodo centrale della questione, mettendo in gioco da solo cifre superiori a tutte le altre grandi città messe insieme. L’allarme è stato lanciato dall’assessore al Bilancio, Emmanuel Conte, che ha definito priva di senso la frammentazione tariffaria attuale tra Milano, Firenze e Roma. Con il ritorno al limite dei 5 euro, ha evidenziato l’assessore, mancherebbero all’appello ben 50 milioni di euro, costringendo l’amministrazione a rivedere e tagliare i servizi.
I numeri fotografano una crescita esponenziale: dai 50 milioni incassati nel 2019 si è passati ai 76,5 milioni del 2024. Le successive deroghe — concesse per le Olimpiadi invernali del 2026 e l’incremento fino a 12 euro per gli hotel a cinque stelle — hanno fatto impennare le entrate, con i primi nove mesi del 2026 già a quota 110,5 milioni. Considerando l’andamento stagionale, l’anno si chiuderà attorno ai 153 milioni di euro, triplicando i valori pre-pandemia. Tuttavia, va ricordato che il decreto olimpico impone di destinare metà del gettito aggiuntivo allo Stato per interventi legati ai Giochi. Scontando questa quota, a Palazzo Marino resterebbero tra i 120 e i 135 milioni: un eventuale ritorno ai livelli del 2024 produrrebbe una voragine stimata tra i 35 e i 50 milioni.
Chi perde e chi guadagna: il confronto tra le città
Il panorama nazionale evidenzia profonde disparità. Oltre a Milano, le uniche grandi città ad aver superato la soglia dei 5 euro grazie alle leve del Giubileo sono Napoli (fino a 6 euro) e Bologna (fino a 7 euro): insieme rischiano un contraccolpo di circa 20 milioni di euro l’anno. Al contrario, centri come Palermo, Torino e Verona hanno ritoccato le tariffe restando però sotto il tetto dei 5 euro, mettendosi al riparo da qualsiasi perdita.
Diverso ancora il discorso per Roma, Firenze e Venezia, che beneficiano di un tetto strutturale fissato a 10 euro e non soggetto a scadenza. Roma, in particolare, svetta con 288 milioni incassati, seguita da Milano (109,3 milioni nel 2025), Firenze (82,9 milioni) e Venezia (39 milioni).
Le regole del tetto e le soluzioni sul tavolo
Il limite dei 10 euro fu introdotto nel 2010 per la Capitale e successivamente esteso ai capoluoghi in cui le presenze turistiche superano di venti volte i residenti (criterio che include Rimini, Venezia, Verbania, Firenze, Siena e Pisa). Milano, pur registrando un anno record nel 2025 con 17,7 milioni di presenze, è rimasta esclusa da questo parametro, per il quale avrebbe dovuto raggiungere quasi 28 milioni di visitatori.
Di fronte a questo scenario, le strade percorribili per evitare il contraccolpo finanziario sono essenzialmente due: estendere il tetto massimo dei 10 euro anche alle grandi città attualmente escluse per via del rigido parametro demografico-turistico, oppure accogliere la proposta avanzata dall’assessore Conte. Quest’ultima prevede il passaggio a un’imposta calcolata in percentuale sul prezzo della camera, così da far pesare diversamente il contributo a seconda che si scelga un lussuoso hotel a cinque stelle o un ostello. Senza interventi normativi, dal 1° gennaio Milano si ritroverà vincolata alla metà del limite concesso a Roma e Firenze.
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