Davvero le donne amano e odiano lo smartworking?

Economia e Diritto RomaPost

Sì, la retorica è dovunque. Come ai tempi de il numero è potenza e de la potenza è numero. La retorica può essere però può stupida o meno, più stucchevole o meno. Ed il numero è donna, non fa una piega, perché le donne sono più numerose, vivono di più, vengono uccise e incarcerate di meno. La potenza è donna, invece, non fa neanche ridere, fa solo tristezza proprio perché non è il numero che fa la differenza. Così ugualmente l’esplosione retorica de lo smartworking è donna esplode in un pouf, data la nota e strutturale idiosincrasia femminile per le tecnicalità digitali. E maggiormente il suo corrispondente, la donna è smartworking, richiama lo shock anafilattico sofferto dalla vision femminile sul tema in oggetto.

L’approccio vittimista serve a poco per cambiare la realtà. Nei 50 anni di sviluppo dell’informatica, ci sono state grandi attese di maggiore occupazione femminile grazie al lavoro a remoto. Attese che non potevano però cambiare i trend generali del mercato del lavoro; che non potevano inceppare efficacia ed efficienza e conseguente riduzione di occupazione; che non potevano salvare il lavoro da remoto da un ruolo ancillare residuale e che non potevano garantire ascese apicali alle donne. Ascese che però sono state trovate negli studi e nelle ricerche, nell’accademia, nell’infoproviding e nella consulenza. Se non fanno molto digitale, le donne, da prime, lo studiano, lo comunicano, lo divulgano e scommettono sul successo massivo del lavoro remoto, giorno della riscossa femminile. Il giorno in cui la famiglia ed il desiderio altrui non avrebbero più tarpato loro le ali. Smartworking è donna, appunto.

Eccoci all’oggi, quando quel giorno giunge. Lo smartworking non è più confinato in uno spazio residuale e costringe milioni di lavoratori alla serrata digitalizzazione del loro lavoro. Purtroppo, però, di fronte al successo, le studiose fanno inversione ad U e l’enfasi positiva di un tempo viene sostituita dal suo contrario. Lo smartworking protegge la famiglia e non la donna; la protezione dal desiderio è la morte della socialità, il cui fulcro è l’ammirazione per la donna e per la sua esibizione. Così lo smartworking che doveva liberare il lavoro femminile diventa un incubo che rinchiude di nuovo le donne in casa, come un padre padrone. La donna è smartworking

L’inversione delle tesi storiche è stata stesa sull’importante palcoscenico del Corrierone, a cura redazionale, nel contesto del think tank de La Nuvola del Lavoro e La 27esima, presumibilmente associazioni di studio ed analisi di donne per le donne. La nuova critica rosa allo smartworking femminile è in parte la giusta rivendicazione di quello che doveva essere, e sarà, il lavoro smart; un lavoro responsabile, autonomo, di self-managing nel contesto globale dell’eliminazione globale degli orari e dell’apertura perenne, a distanza di ogni servizio, maxime quello pubblico. Giustamente viene ricordato che l’attuale smart è solo il lavoro di prima, più difficile per la mediazione delle regole ideologiche delle piattaforme; una condizione che fa iperlavorare chi non può esimersi e sottolavorare chi può (cosa comune a uomini e donne). Nel contesto di un digitale delocalizzante che cambia, ottimizza e aliena il lavoro e lo fa con tutti.

La nuova critica, però, è soprattutto l’emancipazione dalla tesi precedente, sbandierata per decenni, falsamente illusoria, di ottime sorti e progressive, come ho scritto in Smartati (https://www.milanopost.info/2021/01/21/e-uscito-il-libro-smartati-gli-sbandati-del-lavoro-agile-dal-telelavoro-allo-smart-working-di-giuseppe-mele). È una critica che azzera la diminuzione dei tempi di spostamento con l’implicito pericolo urbano esistente; che elimina gli antichi vantaggi sperati dalla conciliazione dei tempi di lavoro e famiglia. Con le parole delle studiose, lincubo è il lavoro agilespintone che ricaccia le donne in casa, con o senza il loro impiego, con o senza salario. C’è chi conta i passi di questo calvario, forse grazie ad una app specifica. 5280 pasti preparati in ca. 330 giorni, 250 ore di affiancamento per la didattica a distanza in primaria, intramezzati da 800 ore di call in quasi un anno. Senza contare le passate di cencio in terra, o la presa di coscienza deprimente della propria impreparazione nell’aiuto dato ai figli nella didattica a distanza. Siamo retrocesse di 50 anni. Stare a casa si identifica nel golem del lavoro gratuito obbligatorio, quel 70% delle ore tra le mura domestiche destinate ad un lavoro da schiave (e si cita l’Ocse per il quale il lavoro di cura non retribuito delle italiane è uno dei più alti in Europa). Un potere malvagio e strutturato, un’organizzazione da zek staliniani, obbliga le donne a questa tortura, ch e se non adempiuta fino in fondo, senza autonomia finanziaria conduce ai maltrattamenti, anticamera di stalking e femminicidi, con buona pace dei minori rischi da spostamento. La conseguenza del carico di lavoro di cura è ansia, depressione, malessere, sturbo da invasione tecnologica nella privacy e crollo di produttività, come da dati della Cattolica; con la paura di scaricare le tensioni sui propri cari. Un brodo di cottura dove annaspa il vittimismo globale che ingrigisce ogni analisi (Il Covid ha punito le donne di più; forse perché le infermiere sono più numerose degli infermieri?).

Cosa dire? Paranoia, vittimismo, ossessione? Tutte deluse, la direttrice delle risorse umane, l’analista finanziaria, la ricercatrice farmaceutica, la sociologa del lavoro, la madre sola nel lockdown, la psicologa che consiglia sulla genitorialità, le ricercatrici che partoriscono meno pubblicazioni accademiche. Sospettose che gli uomini con troppa arrendevolezza le lascino una quota maggiore (del 5% sui 6 milioni coinvolti), di lavoro remoto, quando prima le percentuali erano identiche (su numeri risibili). Da un lato c’è questo quadro; disordine casalingo, l’ambiente di case piccole, l’ossessivo sottofondo dell’ambiente music della lavatrice, il loop dei fornelli trini, da colazione a cena, la gestione degli adolescenti, i maggiori costi delle utenze, minore entrate, l’assenza del marito, a suo tempo cacciato dopo separazione\divorzio, che ha ben pensato di non restare disponibile nelle vicinanze. Il vero incubo, però, profondo, strutturale, esistenziale, descritto dalle ricerche, è il ritorno a casa. Perché a casa, la donna si sentirebbe casalinga, iattura al massimo livello.

Dall’altro ci sono pochi numeri ma chiari, i 30 miliardi spesi per cibo per gatti, i 300 spesi in badanti e colf, le altre centinaia spese in elettrodomestici autofunzionanti e cibi da asporto. Sufficienti a tacitare sospiri, pianti e mugugni. La donna oggi non è più la casalinga di un tempo, nessuno glielo chiede e nessuno ha il potere di chiederglielo. Se vuole può non pulire la casa, non depilarsi, bere birra e guardare il calcio come le norvegesi. Oppure abbandonare i figli a se stessi, una volta maggiorenni, come fanno nei paesi nordici, esempio sempre più seguito. La donna oggi non fa figli, è poco madre e non pone la famiglia come unico centro della sua vita. Alle studiose non basta; le chiedono di odiare la famiglia come un nemico. Ed è qui che questa nuova critica delle donne allo smartworking trascende il tema e si fa ridicola. È notevole che i think tank dell’altra metà del cielo partoriscano tutto ed il suo contrario. L’ideologia Ict sostiene che il digitale elimini molti ostacoli gravanti sui gruppi svantaggiati.

La maggioranza femminile però non è un gruppo svantaggiato, è fisiologica normalità. Decide cosa fare, fa cosa decide. Come i giovani, lavora spesso meno perché vuole fare così. Il detto popolare, consueto ancora anche fra le giovani ragazze di voler fare la signora, significa poter non lavorare, perché il lavoro, per la stragrande maggioranza, non è divertimento, esibizione, espressione, ambizione, ma fatica e dovere, legati alla sopravvivenza economica. Non è più soggetta al ricatto matrimoniale per raggiungere lo scopo, grazie alle condizioni generali economiche (fortunatamente) più favorevoli. Lo status minore immaginato per la donna, non c’è; se veramente, come è stato titolato, il 99% delle donne perdesse il lavoro, si svuoterebbero scuola, infermerie, gestori del personale, eventi, comunicazione, amministrazioni, recupero crediti, giustizia, giornalismo ma il mondo no-smartworking degli operai resterebbe praticamente identico. La discussione, a questo punto, come rilevato in Smartati, non c’entra più neanche con lo smartworking.

A critica ridicola, con titolo (Lo smart working è donna) smentito dalla tesi, segue una proposta non solo risibile ma fuori dai processi di trasformazione in atto. La tesi della regolazione del lavoro domestico (Paola Pica e Rita Querzè) è il risultato del brainstorming femminile ed alla fine chiede la ripartizione paritaria e equa con i maschi del lavoro domestico, magari con quote di legge. Come non ci aspettasse un futuro di robotica, di auto senza autisti, di materiali autopulenti, di robot badanti, di figli programmati in provetta, di coppie senza donna, con il dramma di tanti gruppi svantaggiati, fra cui le donne immigrate.  Una doccia di realtà, terribilmente, metterebbe il re (o la regina) a nudo. Di fronte al nuovo telelavoro a oltranza, la soluzione delle studiose è… che gli uomini si prendano sulle spalle il 50% del lavoro domestico gratuito. Un ragionamento che minerà ancora di più la convivenza ma che forse, dati i tempi, sfocerà in un reddito di famiglianza, che magari, con effetti da piagnisteo ulteriore, finirà ai tanti uomini single casalinghi.

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