Addio a Franco Loi, il grande poeta dialettale di una Milano viva, appassionata, vera

Cultura e spettacolo

Non c’è più Franco Loi, ma Milano continuerà ad inchinarsi, ammirata, per l’uomo e la sua espressione poetica in dialetto milanese. Aveva 90 anni e una vita faticosa e poi il lungo respiro di una ispirazione e una «spinta sentimentale e volontaristica», come ha scritto: «Mi ero innamorato e mi ingegnai di dar parola alle mie effusioni passionali. Questa effervescenza amorosa mi pareva poesia».

Trovò nel dialetto meneghino la chiave più adeguata e spontanea. Si avvicinò alla poesia a 37 anni e oggi è considerato uno dei maggiori poeti del dopoguerra. Scrive Paolo di Paolo su Repubblica “Una pronuncia autentica del vivere: una lingua senza veli né menzogne che possa dire – da I cart e Stròlegh degli anni settanta arrivando a L’angelAmur del tempVoci d’osteria – l’accucciarsi come cani per i bombardamenti, un padre capito davvero solo dopo morto, i quartieri di una vecchia Milano «cun l’aria sensatemp», l’allegria, la rabbia, la politica e gli errori, i morti che la storia ignora, l’idea di Dio (la fiducia nella poesia).” Aveva dichiarato a Repubblica anni fa, in occasione di un’intervista  «Proprio nei momenti di crisi – mi disse la cultura diventa ancora più necessaria. Essenziale. Può salvarci solo la passione per il conoscere, il desiderio di capire. Se non so chi sono e dove sono, sarò sempre schiacciato da tutto ciò che di negativo viene da fuori; sarò raggirato, ingannato, costretto a correre dietro a bandiere e speranze ridicole. Senza conoscenza e auto-coscienza si va nel buio, si cede alla grettezza, si rischia di credere che l’economia sia tutto, che siano le sue leggi a salvare o a condannare gli uomini». Ma vorrei ricordare il poeta di una Milano nascosta, della memoria di cose semplici, dell’emozione vibrante.

Recordi ‘na mia câ senza memoria
due süj piastrej mí ghe giugavi al sû
e föra el piuisnà l’era ‘na storia
che nel scultata me pareva un mund:
e l’era el mund che lüs da la fenestra
a mí nel smentegàm in mezz al sû.
Recordi quèla câ sensa memoria
tra j ort, i bianch tendin, el trèm del dí,
el ciel che vègn a mí cun el scires,
i vus luntan di dònn che ciama ai vill.
Tra ‘l vègn d’un piuisnà curr la memoria,
fenestra d’una câ che cerca mí.

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