L’autunno e Milano hanno le loro leggi, ma non c’è rispetto senza amore.

Le storie di Nene Milano

Aspetto il vento, presagio di un cambiamento. E le foglie imbronciate giocano senza vergogna. Aspettano la brezza per dondolarsi, restie a staccarsi, poi si abbandonano per cadere con tenerezza. Un’era è finita. Il camaleontico verde è giallo, rosso, marrone, lo specchio di un arcobaleno autunnale, ammesso che ci sia. Il mondo cambia colore e musica. E pare il trionfo dei toni soffusi, dei lunghi sospiri, di un’attesa che si dilata col sole. I fermenti dell’estate, dell’afa, di quella luce abbacinante, lasciano il posto ad una quiete trepidante, l’inizio di nuovi propositi, da coltivare nel tepore del tardo autunno. Ma quelle foglie stridenti sotto i passi, colorano un tramonto che sa ancora sorridere nella prima titubante nebbia.

Milano diventa regina, nell’autunno e si fa accarezzare dolcemente, accompagna il tempo, sorride alle lunghe ombre di un giorno che si raccoglie per morire.

Milano riflette in quelle lunghe pause, si svela per riconoscere quell’angolo, la penombra dei negozi che chiudono, la ritrovata lentezza dopo un giorno frenetico. Una calma apparente tra il vociare incomprensibile dei migranti, l’occupazione in massa di stranieri, lo spaccio spudorato, l’abbandono di quelle casette al massimo di tre piani così care a Rossi.

I clochard si moltiplicano, coltelli e utensili improvvisati roteano all’improvviso, la paura non conosce l’attesa: Milano non ritrova più la dimensione della tenerezza per i suoi figli.

Le foglie vengono calpestate con forza, derise. Non c’è rispetto, partecipazione, in questo tempo senza amore.

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