Uniformità delle normative, massima chiarezza e un immediato potenziamento degli uffici comunali. Sono queste le richieste principali che l’Ordine degli architetti di Milano ha avanzato all’amministrazione cittadina. Un documento ufficiale contenente il parere dettagliato sulla variante al nuovo Piano di governo del territorio (Pgt) — lo strumento che definisce lo sviluppo urbanistico futuro — è stato inviato a Palazzo Marino il 30 ottobre, a firma della presidente Francesca Scotti.
La posizione espressa nasce dai dibattiti emersi durante il ‘Forum della Rigenerazione Urbana’, svoltosi in città il 14 ottobre. In linea generale, i professionisti condividono la maggior parte delle finalità strategiche poste dalla variante, a partire dal consolidamento della rete dei servizi e degli spazi pubblici, fino alla ricerca di soluzioni più tempestive ed efficaci per affrontare l’emergenza abitativa e l’accesso alle prestazioni urbane. Ciononostante, non mancano forti perplessità relative alla fase applicativa, laddove i grandi obiettivi teorici devono poi scontrarsi con la prassi amministrativa e l’operatività quotidiana.
La lezione dei problemi passati Secondo la categoria, l’esperienza degli ultimi anni deve fare da guida. Nell’ultimo decennio, la quasi totalità dei quartieri milanesi è stata interessata da processi di rigenerazione e interventi sul patrimonio edilizio esistente. Tali trasformazioni sono state rese possibili da un quadro normativo caratterizzato da elevata flessibilità, pensato per snellire le tempistiche. Tuttavia, gli architetti evidenziano come un contesto legislativo di riferimento frammentato e incoerente tra livello regionale e nazionale, unito a un ricorso capillare alle deroghe, abbia generato soluzioni architettoniche e urbanistiche non sempre in sintonia con i tessuti storici della città. Inoltre, il bilancio tra i volumi edificati e i reali benefici restituiti alla collettività non si è rivelato in tutti i casi ben proporzionato.
Di conseguenza, per l’Ordine la mancanza di trasparenza ha rappresentato un fattore critico per il territorio. Tra le azioni concrete sollecitate figurano la rapida predisposizione di una cartografia aggiornata, la piena omogeneità nelle nuove definizioni tecniche introdotte (come l’adozione del termine “area interna” in luogo di “cortile”) e la creazione permanente di un tavolo di confronto tra istituzioni e professionisti.
La questione Scia e il nodo delle risorse umane Un ulteriore punto centrale della variante riguarda la stretta sull’impiego della Scia (la segnalazione certificata di inizio attività solitamente utilizzata per le ristrutturazioni). La magistratura, all’interno di recenti indagini e procedimenti giudiziari, ha infatti contestato l’uso improprio di questo strumento edilizio per interventi di grande entità che avrebbero travalicato i limiti previsti, modificando altezze, destinazioni d’uso e l’impatto urbanistico complessivo.
Prevedendo che la nuova disciplina richiederà un maggiore ricorso ai piani attuativi per evitare un ulteriore allungamento dei tempi delle pratiche, gli architetti chiedono al Comune un piano di riorganizzazione e potenziamento strutturale degli uffici tecnici prima dell’entrata in vigore delle nuove norme. La principale preoccupazione riguarda proprio l’applicabilità delle disposizioni: le strutture comunali competenti soffrono già oggi una carenza di personale che non consentirebbe di sostenere l’incremento del carico di lavoro. Il pericolo concreto è che l’incertezza legata alle interpretazioni della legge si trasformi semplicemente in un blocco indefinito delle fasi istruttorie.
L’impatto delle prossime elezioni A complicare lo scenario si aggiunge l’incognita delle imminenti consultazioni elettorali amministrative, che rischiano di prolungare ulteriormente l’iter di approvazione del piano. L’adozione della variante farà infatti scattare le necessarie misure di salvaguardia, ma la concomitanza con la campagna elettorale rende poco probabile un via libera definitivo in tempi brevi. In questo modo si corre il rischio di prolungare eccessivamente un regime di doppia conformità edilizia, aggravando una situazione già segnata da dubbi interpretativi e da tempi d’attesa burocratici non più sostenibili per il settore edilizio milanese.
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