Un’altalena, la mia vita, sospesa tra il sogno e la realtà, una vita fragile come una foglia nel vento e forte nella speranza per imparare ad amarla, per saper perdonare se stessi, per accettare la verità. Ho sempre ascoltato il canto del sogno, della libertà, della Bellezza. E non ho ancora capito che anche i fiori appassiscono come l’amore, la vita stessa.
Sospesa, con il respiro dell’ansia, in attesa… e una voce flebile come un bambino malato o imperiosa come il rosso del cielo, narrava alla mia fragilità la volontà obbligata, il sospiro del domani
«Angeli lunghi come la mia attesa, / fonti di amore e di gran pentimento, / fiori del bene, mondi di paura, / trasalimenti puri della voce». (Alda Merini)
Sì, una vita sospesa tra musica e parole, tra illusione e fatica. L’illusione di un mondo perfetto e le contraddizioni di un quotidiano che si sbriciola in tante piccole cose imperfette.
Gli uccelli si aprono al cielo senza paura. Oggi la mia vita sospesa si chiude nella fragilità di un corpo che reclina le forze e nella confusa e spaesata solitudine dei giorni.
E ricorda una bambina schiva, solitaria, fuori e dentro gli ospedali per una malformazione congenita, gelosa di un pavone imperatore di colori e bellezza. Raccoglievo sassi nella stradina lungo un fossato, nei campi, per accatastarli con metodo e ordine formando una piramide, la montagna dei miei sogni, sempre più alta, sempre più fragile. Ma il sogno “quando sarò guarita farò la maestra, con i bambini, come la mamma”, resisteva al tempo e alle difficoltà.
La voce della vita, vibrava suadente, prefigurava una casa in città, un vortice di eventi, incontri interessanti, il sorriso. Era una voce che modulava una musica con un’armonia duttile, suggestiva.
“Come può uno scoglio arginare il mare…” pochi versi di Battisti, interpretati dalla contingenza di un dramma: “Come posso arginare questo mare di dolore” Mamma e papà morti in un incidente stradale disastroso, senza appello. E la carne sembrava liquefarsi, senza volontà, l’anima gridava “Perché?”, una fragilità di paura. Perché muoversi? Dove andare? Che cosa fare?
In quelle domande emergevano i graffi del mio cuore, il pianto delle mie sofferenze, l’accorato appello nel momento del dolore.
Avevo 18 anni e quel camminare un po’, ma solo un po’, claudicante mi rese debole e insicura: ero sola e fragile e indifesa, ma percepivo la necessità di non nascondermi, di obbedire a quella voce che imperiosa mi suggeriva “Devi Vivere”. E programmare i giorni, riprendere quel sogno e farne una ragione per la stessa vita
Gli uccelli volano senza paura. Oggi anch’io devo imparare a volare, mi dicevo
La dolcezza di zia Valeria , mi portò a Milano, in una casa popolare di periferia, con l’amicizia vicina di casa, le tende ricamate, una chitarra appoggiata al muro come un trofeo.
Farò l’operaia, qualsiasi lavoro, -decisi – e preparerò da privatista l’ultimo anno delle Magistrali. Con la forza di questa fragilità ricorrente”. E là, in una scuola serale per elettricisti di Rozzano promossa dalla Regione, fui destinata, dopo un concorso, a fare la bidella ed essere presente durante le ore di lezione. Scoprii la comprensione, il trasporto di sentimenti puri, la simpatia spontanea ed era un patrimonio di emozioni che curavano le mie ferite. Era la manifestazione reale di un fascino personale che non sapevo di possedere, lontano da pregiudizi o da malizie equivoche. Con rispetto. E mi sentivo adulta, capace di autodeterminazione “Ogni giorno un passo”, mi dicevo, ascoltando la voce della vita che approvava.
Quell’esistenza sospesa, in attesa, vedeva lampi di luce, nell’immaginario che dava colori al domani.
Durante il giorno studiavo, ascoltavo attentamente le lezioni di due studenti universitari di lettere e di matematica nel retro di un bar vestito di creativa improvvisazione con bottiglie, lattine, rifiuti e dignità. Un luogo d’incontro agevole, ad una fermata del metrò. Fatica e perseveranza, una situazione un po’ buffa, forse, con quella lampada nuda pendente su un tavolo barcollante. Zia Valeria sorrideva con un affetto di incoraggiamento. La fragilità, il timore di non farcela, flagellavano a volte le notti insonni, ma la voce del dover vivere non ammetteva pause o pianti inutili. L’incertezza divenne forza, una volontà che voleva dimostrare che si può tremare negli incontri improvvisi, nelle situazioni imbarazzanti, ma l’urlo della vita, della costanza, copre le ferite del cuore.
Con un bagaglio di sofferte rinunce, di studi senza pause, con occhi fiduciosi mi presentai agli esami, consapevole che quella eventuale promozione sarebbe stata lo spartiacque tra una realtà diventata invivibile e il sogno. Quel sogno che confidavo fin da bambina alle farfalle amiche, al volo dei gabbiani, alla speranza.
Promossa, sì, avevo vinto ed iniziava l’iter per diventare effettiva in una classe dove risentire la sincerità del mio cuore. E semplicemente, in una giornata di primavera, Claudio, il figlio del vicino di cassa, mi offrì con la mano sana, un mazzetto di violette sorridenti con il calore di una stagione che prometteva tenerezza
Due dita amputate, nella mano sinistra, un guanto protettivo, un sorriso che ignorava il problema. “Ma che cosa è-mi dicevo-un piccolo deficit fisico?” e cacciavo con forza quel senso di inadeguatezza duro a morire.
La mia vita sospesa conosceva una realtà in divenire, ma non avevo paura, mi accettavo con i miei piccoli desideri quotidiani… il matrimonio, una piccola casa e una cattedra per amare i bambini e specchiarsi nella loro naturalezza.
Sono passati trent’anni e sono rimasta sola, ma ancora aspetto ogni giorno un cielo che si incendia di luce per diventare uccello e giocare in controluce con tanti altri uccelli, là dove l’amicizia non conosce l’ombra dell’incomprensione, là dove la libertà non ha confini.
Nene Ferrandi

Soggettista e sceneggiatrice di fumetti, editore negli anni settanta, autore di libri, racconti e fiabe, fondatore di Associazione onlus per anziani, da dieci anni caporedattore di Milano Post. Interessi: politica, cultura, Arte, Vecchia Milano