Lucia, una donna incompiuta

Le storie di Nene Milano

Perché la panchina è vuota? Rispettare la dignità della sua assenza, del suo silenzio e spendere emozioni, pensieri, ma non parole, Lucia è morta, sola, nell’alba livida di un tardo autunno, infagottata e accartocciata nella sua vecchia macchina, il suo rifugio, accanto al bosco ea una panchina. Dicono sia morta di freddo, senza un lamento, dicono tante cose…illazioni, supposizioni …Lucia aveva scelto da due anni di essere una clochard, senza spiegazioni per i passanti abituali che cercavano di capire…Lucia non doveva rendere conto a nessuno, non rispondeva a domande stupide, non tendeva la mano per l’elemosina e con la sua pensione minima poteva vivere, acquistare un giornale, fare un viaggio in tram.  Giocava con le foglie cadute nei primi giorni di freddo e osservava la tenerezza con cui con il vento, si adagiavano a terra, dopo attimi di resistenza. Testimoniavano  l’attesa di una nuova stagione con l’esaltazione di colori terrosi e della malinconia. Una foglia, ecco cos’era…bella, con un’eleganza innata, il viso segnato e scarno, pochi gesti, il silenzio. Nessuno doveva sapere quale fosse stata la sua primavera, la sua estate nel tramonto del suo autunno. Mai avremo la certezza se la causa della sua morte sia stata il freddo del cuore o del vento. Se quel cuore potesse parlare e ricordare la paura di vivere in una bambina introversa, senza una madre, poche carezze ruvide del padre, i giochi con una bambola di pezza a cui rinnovare i vestiti ogni anno fingendosi madre amorosa, si capirebbe meglio il groviglio dei sentimenti, oggi.

Il tempo passava, la scuola, una città di provincia addormentata, i sogni timidi, circoscritti, inespressi e la sua bellezza esaltante, naturalmente fiera, ma di cui lei non si rendeva conto. Amava le foglie e quell’arcobaleno strano a terra, quando i mulinelli del vento si divertivano a farle cadere, senza pietà. E le calpestava con forza per sentirle vibrare, quasi una ribellione. Il tempo passava e la paura di vivere, di essere donna si ingigantiva: il cuore restava chiuso con forza nelle sue mani.

Come ridevano le foglie al vento, in quel giorno di primavera, un flauto di sospiri, di domande “Posso fidarmi…posso ascoltarlo…? Così iniziò un amore, imprevedibile, quasi sfacciato, un fulmine che le bruciò il cuore, totalizzante e sincero. Così una nuova vita di parole, di abbracci dolci e violenti come il desiderio. Questo amore

“…Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
Ci parla senza dire
E io l’ascolto tremando
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti quelli che si amano
E che si sono amati

Oh sì gli grido
Per te per me per tutti gli altri
Che non conosco
Resta dove sei
Non andartene via…”(Jacques Prévert)

Passava inesorabile il tempo, quasi vent’anni e la spasmodica attesa di un figlio creava attriti, incomprensioni. Toccando il ventre mi confidava “Pugni, ecco che cosa merita. Un ventre arido, vuoto che non accetta fiori, inutile”. E vivevo con lei il sogno, le attese, le delusioni. Un pugnale doloroso, ogni volta, un grido di rabbia e guardava la sua vecchia bambola adagiata su quel lettino di un figlio impossibile. L’impotenza, la sterilità verificata dai medici,la sofferenza repressa senza respiri di tregua, sembrava farla regredire in un silenzio apatico, in una sfibrante stanchezza del vivere. Mi sussurrava “ Il mio cuore si accartoccia, si ribella o diventa una spugna di suggestioni, ma non sa più amare la vita. Un cuore fragile come una foglia, con troppe ferite”. Lui non capiva quell’accanimento giudicato insensato, si sentì escluso e se ne andò, senza troppe parole.

Addio,
dimentica
e perdona.

E che sia il tuo viaggio
coraggioso,
che sia dritto
e semplice.

E che ci sia nell’oscurità
a brillare per te
un filo di stelle argentato,
che ci sia la speranza
di scaldare le mani
vicino al tuo fuoco…. (
Josif Brodskij)

Era una giornata uggiosa, una di quelle in cui non sai cosa fare, non sai cosa dire e oziare in poltrona è crogiolarsi nella malinconia. Mi chiamò “Ho bisogno di un parere”. Era in piedi, i capelli cortissimi, lo sguardo senza ritrosia, senza timidezza “Cambio vita. Voglio amore ogni giorno, non importa come e da chi…voglio dirigere la mia orchestra come mi piace…”. Intuivo la pesantezza di un cuore cartoccio maciullato di dolore e la voglia di essere carta, semplicemente un foglio di carta su cui disegnare nuove emozioni, nuove storie. Chi sono io per giudicare? L’ovvietà dei giorni si colorava di sfumature più o meno intense, più o meno gratificanti, ma l’acquarello voluto dal suo cuore era reazione violenta a un vuoto incolmabile. Non ha mai venduto il cuore e neppure il corpo, era cosciente delle sue illusioni, attimi… solo attimi di estasi. In quella piccola città di provincia si mormoravano giudizi, si cercava il perché…una favola che non aveva senso, ma si sapeva che gli “ospiti” dovevano regalarle una canzone d’amore. Lucia collezionava i dischi, annotava i versi più suggestivi che poi colmavano certe ore stanche di depressione.

Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
Ritrovarsi a volare
E sdraiarsi felice sopra l’erba ad ascoltare
Un sottile dispiacere
E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire
Dove il sole va a dormire
Domandarsi perché quando cade la tristezza in fondo al cuore
Come la neve non fa rumore…

Uscir dalla brughiera di mattina dove non si vede ad un passo
Per ritrovar se stesso
Parlar del più e del meno con un pescatore per ore ed ore
Per non sentir che dentro qualcosa muore
E ricoprir di terra una piantina verde sperando possa
Nascere un giorno una rosa rossa…

Capire tu non puoi
Tu chiamale se vuoi emozioni
Tu chiamale se vuoi emozioni (Lucio Battisti)

Era questa la libertà, l’autodeterminazione?

Masticare la vita con quella carne che voleva sorrisi, baci ma non leniva l’inquietudine?

Era settembre. Le foglie ascoltavano titubanti il primo vento freddo, l’autunno già squadernava i capricci della pioggia e la malinconia di ombre lunghe all’orizzonte. La ritrovai una sera abbandonata a se stessa seduta sulla sua panchina, le mani in grembo, il suo mondo lontano. Percepivo una riflessione sull’esistenza, sul mal di vivere e, accanto, la vecchia seicento con una valigia, le rose di stoffa che “non appassiscono mai” e la sua bambola. “Dove vai?” Parto, non so dove andrò, ma lontano dove nessuno mi conosce” “Che farai?” “Sarò me stessa, senza bugie, sola”

 Aveva scelto quell’angolo vicino al bosco e una panchina, a Milano.

Ciao Lucia, cara unica amica mia.

(dal volume “i Racconti dell’Anima ” di Nene Ferrandi)

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