Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, è tornato a intervenire con decisione sul caso di Youssef Siher, il manifestante scarcerato dal giudice per le indagini preliminari dopo la richiesta di convalida del fermo avanzata dalla procura di Milano, sollevando inoltre interrogativi sull’opportunità delle firme apposte dai magistrati ad appelli politici e replicando alle polemiche sollevate dall’Associazione nazionale magistrati.
In un’ampia intervista concessa al quotidiano Il Giornale, il Guardasigilli ha voluto innanzitutto tracciare una demarcazione netta e concettuale tra la figura del pubblico ministero e quella del giudice all’interno del sistema processuale italiano. Secondo il responsabile di via Arenula, il pubblico ministero riveste a tutti gli effetti la posizione di “parte” nel processo, condividendo lo status processuale degli avvocati. Proprio in virtù di tale ruolo, il pm gode di un ampio e legittimo diritto di manifestare liberamente le proprie convinzioni e idee, non essendo tenuto né formalmente né istituzionalmente ad apparire o a essere imparziale. Una prerogativa diametralmente opposta rispetto a quella riservata al giudice, il quale, per dettato costituzionale, ha l’inderogabile dovere di essere e apparire rigorosamente terzo e imparziale.
Interpellato in merito alla circostanza che sia il magistrato inquirente sia il gip autore della scarcerazione figurassero tra i sottoscrittori di un appello pro-Palestina promosso nel mondo giuridico, Nordio ha espresso una netta riserva sulla partecipazione dei togati a iniziative di carattere politico: pur evidenziando che i requisiti e le condizioni per l’astensione obbligatoria siano tassativamente regolati dal codice di procedura penale e che eventuali valutazioni sull’opportunità restino affidate alla sensibilità del singolo magistrato, il ministro ha ribadito che i giudici dovrebbero tenersi rigorosamente estranei alla sottoscrizione di appelli politici.
Il dibattito si è poi spostato sul tema cruciale della separazione delle carriere. Nordio ha voluto sgombrare il campo da possibili equivoci o strumentalizzazioni, precisando di non aver mai sostenuto l’esistenza di un appiattimento o di una presunta subalternità strutturale del gip rispetto alle istanze avanzate dall’accusa. La ratio della riforma costituzionale risiederebbe invece nell’esigenza di recidere un legame ordinamentale anomalo: l’appartenenza di giudici e pubblici ministeri al medesimo Consiglio superiore della magistratura, contesto in cui le progressioni di carriera e i procedimenti disciplinari vengono decisi all’interno di organismi caratterizzati da reciproci giudizi e scambi di voti tra le due funzioni.
Entrando nel merito del provvedimento che ha rimesso in libertà Siher, il Guardasigilli ha confermato di aver manifestato unicamente un sentimento di sorpresa giuridica. L’istanza di custodia cautelare in carcere depositata dalla procura di Milano poggiava infatti su presupposti e motivazioni estremamente severi e complessi. Di conseguenza, il totale rigetto della richiesta da parte del giudice, privo persino dell’applicazione di misure meno afflittive o graduate come gli arresti domiciliari, non poteva non destare stupore sotto il profilo strettamente giuridico, pur precisando di volersi astenere da qualsiasi giudizio di merito su eventuali errori tecnici, la cui valutazione spetterà esclusivamente al giudice dell’impugnazione in caso di ricorso dell’ufficio inquirente.
In chiusura, il ministro ha affrontato lo scontro istituzionale innescato dalla dura replica dell’Associazione nazionale magistrati alle dichiarazioni rilasciate dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Definendo la risposta dell’Anm eccessiva e sproporzionata rispetto ai toni adoperati a Palazzo Chigi — e rammentando come in passato la stessa associazione sindacale delle togate e dei togati abbia utilizzato espressioni di gran lunga più aspre nei riguardi dell’esecutivo —, Nordio ha lanciato un forte appello alla distensione, auspicando che le parti sappiano scongiurare il ritorno a una stagione di conflitto permanente tra il potere politico e la magistratura.
Milano Post è edito dalla Società Editoriale Nuova Milano Post S.r.l.s , con sede in via Giambellino, 60-20147 Milano.
C.F/P.IVA 9296810964 R.E.A. MI – 2081845