Con Piera ci imbattiamo in una gioielleria. Entriamo quasi per caso, attratte dalla luce delle vetrine e da quel modo silenzioso che hanno i gioielli di chiedere di essere osservati.
Il titolare comincia a raccontare dei lab-grown diamonds, i diamanti creati in laboratorio.
Li guardo. Hanno la stessa luce dei diamanti che conosco. La stessa trasparenza, gli stessi riflessi, la stessa capacità di catturare lo sguardo. E allora gli rivolgo la domanda che probabilmente farebbe chiunque: “Ma sono davvero diamanti?”
La risposta è sì.
Non sono zirconi, cristalli o imitazioni. Hanno la stessa struttura cristallina dei diamanti naturali e proprietà chimiche, fisiche e ottiche sostanzialmente corrispondenti. Sono formati da carbonio, proprio come le pietre estratte dalla terra. La differenza non è necessariamente visibile a occhio nudo e, per riconoscerne con certezza l’origine, occorrono strumenti gemmologici specifici.
È a quel punto che la conversazione diventa più interessante.
Perché, se la materia è la stessa e la luce appare identica, che cosa distingue veramente un diamante naturale da uno nato in laboratorio?
La risposta più immediata è: il tempo.
Il diamante naturale si forma nelle profondità della terra nel corso di milioni, talvolta miliardi, di anni. È il risultato di pressioni e temperature che hanno agito molto prima della nostra comparsa.
Il lab-grown diamond, invece, nasce in poche settimane attraverso tecnologie capaci di riprodurre le condizioni nelle quali il carbonio si trasforma in cristallo.
Uno è generato dalla natura.
L’altro dalla capacità dell’uomo di comprendere la natura e riprodurne il processo.
La materia può essere quasi identica. La storia no.
Mentre ascolto il gioielliere, mi accorgo che la domanda non riguarda più soltanto i diamanti. Riguarda il nostro rapporto con tutto ciò che oggi la tecnologia è in grado di creare.
È lo stesso interrogativo che ci poniamo davanti all’intelligenza artificiale.
Un testo generato con l’aiuto di un algoritmo può essere impeccabile, convincente e persino emozionante. Un’immagine prodotta dall’IA può sembrare una fotografia. Una voce sintetica può riprodurre l’intonazione, le esitazioni e perfino le pause di una persona reale.
Se il risultato è indistinguibile, l’origine conta ancora?
Davanti a un lab-grown diamond, come davanti a un contenuto generato dall’intelligenza artificiale, siamo costretti a confrontarci con una convinzione molto umana: tendiamo a identificare l’autenticità non soltanto con ciò che vediamo, ma con la storia di ciò che vediamo.
Un diamante naturale porta con sé il tempo della terra.
Un diamante creato in laboratorio porta con sé l’ingegno umano.
Il primo è irripetibile per la sua origine. Il secondo racconta fino a che punto siamo diventati capaci di imitare alcuni processi della natura.
Forse non sono due oggetti in concorrenza. Sono due storie differenti racchiuse nella stessa luce.
Mentre osservo quelle pietre, penso anche al modo in cui la tecnologia sta modificando il concetto di valore.
Per secoli il diamante è stato il simbolo della rarità, della durata e di una promessa destinata a resistere nel tempo. Oggi possiamo produrre in laboratorio una pietra con caratteristiche sostanzialmente analoghe, in tempi più brevi e, generalmente, a un prezzo inferiore.
Questo ne riduce il significato? Oppure ci obbliga a distinguere il valore economico da quello affettivo?
Un anello non diventa importante soltanto per l’origine della pietra che contiene. Diventa importante per la persona che lo sceglie, per il momento nel quale viene donato, per ciò che promette o ricorda.
Anche un diamante naturale, se privato della sua storia umana, è carbonio organizzato dalla natura in modo straordinario.
Siamo noi ad affidargli un anniversario, una nascita, un legame, una riconciliazione o un nuovo inizio.
Lo stesso accadrà con l’intelligenza artificiale.
Più le macchine sapranno generare parole, immagini e progetti, più dovremo comprendere che il valore non risiede soltanto nel risultato. Risiede nell’intenzione, nella trasparenza e nella responsabilità di chi utilizza la tecnologia.
L’intelligenza artificiale può scrivere una lettera d’amore. Ma non può decidere chi amiamo.
Può progettare un gioiello. Ma non può scegliere la persona alla quale desideriamo regalarlo.
Può riprodurre la luce di un diamante. Ma non conosce il motivo per cui, guardandolo, pensiamo improvvisamente a qualcuno.
Usciamo dalla gioielleria e riprendiamo a camminare. Puntaldia ha la stessa luce di prima, ma io la osservo in modo leggermente diverso.
Forse il futuro non ci chiederà di scegliere continuamente tra naturale e artificiale, tra uomo e tecnologia, tra ciò che esiste da sempre e ciò che abbiamo imparato a creare.
Ci chiederà qualcosa di più complesso ovvero imparare a distinguere senza necessariamente contrapporre.
Un diamante naturale e un lab-grown diamond possono brillare nello stesso modo. Ma non raccontano la stessa storia.
La trasparenza consiste nel dichiararlo. La libertà consiste nel poter scegliere. La consapevolezza consiste nel comprendere che non tutto ciò che ha la stessa luce possiede anche lo stesso passato.
Il diamante, in fondo, non sa da dove viene.
Siamo noi a saperlo. E siamo sempre noi a decidere quanto quella storia debba valere.
Avv. Simona Maruccio

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.