Nella sinistra del Municipio 3 di Milano sembra emergere una concezione quantomeno singolare della parola “democrazia”. Non è una questione astratta o teorica: è ciò che si osserva concretamente nelle ultime tre sedute di consiglio, dove si sono accumulati episodi difficili da liquidare come semplici incidenti procedurali.
Primo caso. La mozione sullo spostamento della pista ciclabile di Corso Buenos Aires ha rischiato di essere di fatto svuotata e “dirottata” attraverso due emendamenti presentati dal PD. Il problema non è la legittimità dello strumento – emendare è parte fisiologica del lavoro consiliare – ma l’uso che se ne fa: quando l’emendamento diventa un mezzo per appropriarsi dell’iniziativa altrui e riscriverne completamente il senso politico, siamo oltre il confronto democratico. Che il risultato sia stato evitato per ragioni meramente tecniche non cambia la sostanza: il tentativo resta.
Secondo e terzo caso. Nell’ultima seduta, il centrodestra ha presentato due mozioni. Non si è votato su nessuna delle due. La prima è stata “convinta” al ritiro con la promessa di una commissione: una prassi che, in teoria, dovrebbe servire ad approfondire, ma che troppo spesso diventa uno strumento dilatorio. La seconda, invece, ha seguito un percorso ancora più problematico: è stata sostanzialmente sepolta sotto una mozione alternativa che, nei contenuti, di alternativo non aveva nulla, ma che ha avuto l’effetto pratico di impedire alla proposta originaria di arrivare a una vera discussione e a un voto.
Qui sta il nodo politico. In democrazia, la maggioranza governa e la minoranza propone: è un equilibrio elementare. Votare contro le mozioni della minoranza è non solo legittimo, ma fisiologico. Ci mancherebbe altro. Ma impedire sistematicamente che vengano discusse o votate, oppure appropriarsene attraverso artifici regolamentari, è un’altra cosa. È una forma di abuso del diritto: si utilizzano strumenti formalmente corretti per svuotare di sostanza il confronto democratico.
E, soprattutto, è una strategia miope. Perché è un gioco che si può fare in due. Se la logica diventa quella dell’ostruzionismo mascherato, nulla impedisce alla minoranza di rispondere con gli stessi strumenti: centinaia di emendamenti, richieste di votazione puntuale, verifica continua del numero legale. Applicato a provvedimenti cruciali – si pensi al bilancio – questo schema porterebbe semplicemente alla paralisi dell’organo.
Una paralisi che, francamente, auguriamo tutti che non sia necessaria. Ma proprio per questo è il momento di ristabilire un principio semplice: il confronto democratico non si aggira, si pratica. Anche – e soprattutto – quando è scomodo.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.