Novanta giorni. È questo l’orizzonte temporale che si è dato il sindaco di Milano, Beppe Sala, per decidere se procedere o meno verso la chiusura del CPR di via Corelli dopo la diffida presentata dall’eurodeputata Cecilia Strada. Novanta giorni che, nelle parole del sindaco, dovrebbero servire a una riflessione “non a cuor leggero”.
Eppure, al netto delle cautele lessicali, la questione è molto più semplice di come viene raccontata: non si tratta di una scelta politica tra opzioni equivalenti, ma di una decisione che presenta vincoli giuridici, effetti concreti sulla sicurezza urbana e responsabilità amministrative che il Comune non può permettersi di ignorare.
Chiariamo subito un punto. Ho grande stima per la consigliera Diana Sereke, tra le firmatarie della diffida. È una persona intelligente, preparata, con cui il confronto è sempre serio. Proprio per questo sorprende che, su questo tema, abbia scelto una posizione che considero profondamente sbagliata. Gliel’ho detto direttamente, nel corso della discussione in Municipio: chiudere il CPR di via Corelli non sposta di una virgola i problemi reali. Non li risolve. Li sposta.
E li sposta nel modo peggiore possibile: scaricandoli sui cittadinii.
Il CPR, per quanto imperfetto e certamente migliorabile, rappresenta oggi uno degli strumenti attraverso cui lo Stato gestisce una quota di soggetti irregolari in attesa di identificazione ed eventuale rimpatrio. Circa la metà dei trattenuti non ha commesso reati, è vero. Ma l’alternativa alla gestione amministrativa non è una qualche soluzione ideale: è il ritorno immediato in un circuito di marginalità dove l’illegalità organizzata è spesso l’unico sbocco.
Chiudere questo CPR – o, peggio ancora, sostenere la chiusura di tutti i CPR – significa di fatto consegnare queste persone alle reti criminali. Significa aumentare l’insicurezza diffusa, non ridurla. Significa aggravare il carico già pesante che grava su interi quartieri della città.
È un dato di realtà, non uno slogan.
Per questo lascia perplessi l’atteggiamento del sindaco. “Ci penserò bene”, dice Sala. Ma a cosa esattamente? Perché qui non siamo nel campo delle valutazioni discrezionali pure. Il Comune non può semplicemente decidere di chiudere un CPR senza esporsi a conseguenze legali rilevanti. La stessa richiesta di danni al Ministero dell’Interno evocata nella diffida apre uno scenario complesso, che rischia di trasformarsi in un boomerang giuridico e finanziario.
In altre parole: non è solo una scelta difficile. È, nei fatti, una scelta che il Comune non può permettersi di prendere nei termini in cui viene posta.
Nel dibattito è intervenuto anche Alessandro De Chirico, che in un comunicato ha sottolineato con toni netti il rischio di strumentalizzazione politica della vicenda: “Chiudere il CPR di via Corelli significa lasciare in libera circolazione sbandati e delinquenti extracomunitari che non hanno nulla da perdere”, invitando il sindaco a pensare “al bene dei milanesi e non alla campagna elettorale del centrosinistra”.
Al di là delle sfumature polemiche, il punto politico è reale: questa diffida ha un evidente contenuto politico. E come tale va letta. Ma proprio per questo non può diventare la base per una decisione amministrativa affrettata o, peggio, simbolica.
Il richiamo alla sentenza n. 96 del 2025 della Corte costituzionale, che evidenzia un vuoto normativo (secondo loro, quanto meno) sui CPR, pone certamente un problema serio. Ma la risposta a un vuoto normativo non può essere la chiusura unilaterale di una struttura locale. Serve un intervento legislativo nazionale, non una fuga in avanti del Comune di Milano. Per questo, più che novanta giorni di riflessione, servirebbe chiarezza immediata.
Il sindaco non può permettersi ambiguità: chiudere il CPR non è la soluzione, è parte del problema. E continuare a trattare la questione come se fosse una scelta tra opzioni equivalenti rischia di produrre un danno concreto alla città.
Onore ai diffidati, dunque, per non aver ceduto ancora, e per i prossimi 90 giorni, alle pressioni del populismo di una sinistra sempre più decisa a diventare la Wanna Marchi degli anni 30.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.