Sinistra

La sinistra che odia

Milano

C’è un tratto che sempre più spesso emerge nel dibattito pubblico italiano: una sinistra che pretende il monopolio morale del linguaggio, ma che finisce per smentire sé stessa proprio quando parla.

Due esempi recenti lo mostrano con particolare evidenza.

Il primo è quello di Luca Paladini, consigliere regionale che non è nuovo a uscite provocatorie e, soprattutto, a semplificazioni ideologiche estreme. Il suo ultimo post – che accosta simboli e figure radicalmente diversi tra loro – rappresenta un caso emblematico di quella che si potrebbe definire una deriva relativista. Mettere sullo stesso piano realtà che non hanno nulla in comune non è solo un errore politico: è una distorsione della realtà.

Paragonare, anche implicitamente, l’eroica resistenza del popolo ucraino – che difende la propria sovranità nazionale da un’aggressione militare – con regimi teocratici fondati sulla repressione e sulla violenza, come quello degli ayatollah iraniani, significa cancellare ogni distinzione tra libertà e oppressione. È una semplificazione che svuota il senso stesso delle parole e rende impossibile qualsiasi analisi seria.

Il secondo episodio riguarda invece una giovane dirigente: la segretaria metropolitana dei Giovani Democratici. In questo caso, il nodo non è tanto il contenuto politico quanto l’uso del linguaggio. Da una parte si rivendica una superiorità etica, una presunta allergia alle “parole d’odio”; dall’altra, però, si scivola facilmente in toni aggressivi e divisivi quando il bersaglio è l’avversario politico.

È qui che emerge la contraddizione più evidente. L’odio non viene rifiutato in quanto tale, ma selezionato: è inaccettabile quando proviene dagli altri, tollerabile – se non giustificato – quando serve a colpire chi la pensa diversamente. Una doppia morale che mina la credibilità di qualsiasi discorso pubblico fondato sul rispetto. D’altronde certa gente se non avesse una doppia morale non ne avrebbe nessuna.

Questi due episodi, pur diversi tra loro, raccontano una stessa dinamica: l’incapacità di riconoscere la complessità della realtà e, soprattutto, l’uso strumentale del linguaggio. Da un lato, l’equiparazione indebita tra opposti morali; dall’altro, la gestione selettiva dell’indignazione.

Il risultato è una comunicazione politica sempre più polarizzata, in cui il confronto lascia spazio alla delegittimazione e le parole diventano armi, non strumenti di comprensione.

E forse il punto è proprio questo: chi si presenta come arbitro del “linguaggio giusto” dovrebbe essere il primo a praticarlo con coerenza. Altrimenti, più che combattere l’odio, si finisce semplicemente per esercitarlo.

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