Quando le strumentalizzazioni prendono il posto della ragione

Milano

Tutto inizia una sera del 26 gennaio scorso, nel boschetto di Rogoredo, noto per frequentazioni poco qualificate: un agente di pattuglia, durante una ispezione in loco, apre il fuoco con la pistola d’ordinanza contro una persona la quale, stando ai primi riscontri e dichiarazioni, gli avrebbe puntato contro quella che sembrava a tutti gli effetti un’arma pronta a sparare.

Il colpo sparato dall’agente, nella penombra del tramonto e da circa 25-30 metri secondo le prime perizie, andava a colpire alla tempia l’individuo, togliendogli la vita in pochi minuti.

Ora, questa era una notizia che di primo impatto risuonava purtroppo come evento di routine, un’azione di Polizia tra le tante, culminata con una vittima come purtroppo accade non di rado, quando le armi sostituiscono le parole nella contesa tra la criminalità e la legge. La notizia si diffonde veloce e scarna nelle cronache nere dei quotidiani, in rete e sui social. Il primo racconto dell’accaduto appariva credibile, per via di una triste fama ormai da anni consolidata in zona Rogoredo, definita “regno dei tossici e spacciatori”. La reazione a caldo della politica e delle istituzioni era quella scontata, anche unanime, di sgomento, sia per la morte di una persona che per le modalità, purtroppo tanto drammatiche quanto ricorrenti specie negli ultimi anni. Nessuno (tranne l’estrema sinistra), almeno fino all’emergere delle prime indiscrezioni, aveva mostrato stupore o sdegno particolare per un evento che appariva tristemente uno tra i tanti. Una guerra contro i venditori di morte, attività speculativa, cinica e deplorevole almeno quanto tragica e colpevole della clientela tossicodipendente, componente essenziale di questo commercio che vive e prospera sulla pelle di tanti giovani e meno giovani. E le azioni delle forze dell’ordine da anni impegnate in controlli, azioni di contrasto e argine al fenomeno, erano la normalità anche quando arresti e perquisizioni includevano scontri fisici con scene cruente.

Cambio di scena e primi dubbi

La valutazione di routine si è ben presto trasformata in sospetto, inquisizione e scandalo quando le prime incongruenze sono emerse dalle indagini, rivelando una realtà ancora incompleta ma già ben differente da quella delle prime pagine dei giornali il giorno del fatto: il poliziotto viene incastrato, finisce sul banco degli imputati, spuntano testimonianze che lo smascherano e danno origine ad una accusa precisa: omicidio volontario. La pistola ritrovata accanto alla vittima sarebbe stata posata, proprio dall’agente che ha sparato, soltanto dopo il delitto, allo scopo di simulare la presunta minaccia subita prima di reagire. E negli ultimi giorni, i dettagli che vengono alla luce a carico dell’agente, sono davvero degradanti e offensivi per tutta la categoria degli uomini in divisa: il soggetto, ormai ex poliziotto, pare avesse rapporti costanti con il mondo dello spaccio e non si limitava al sequestro di sostanze stupefacenti come da protocollo dell’arma, ma esigeva anche una sorta di “pizzo” da coloro che invece avrebbe dovuto combattere in quanto fuorilegge.

Il tutto ha scatenato poi lo scontro politico tra opposizione e maggioranza di governo, con accuse reciproche di strumentalizzazioni e sciacallaggio, per le iniziali dichiarazioni di sostegno incondizionato alle forze dell’ordine da parte di massimi esponenti della maggioranza (come d’altronde è giusto) che, ancora senza elementi di dubbio sul fatto, esprimevano solidarietà al poliziotto, poi rivelatosi invece la classica “mela marcia”.

L’opposizione in tumulto strepita, esige le pubbliche scuse del governo verso la magistratura, dapprima sospettata di riservare un trattamento pregiudiziale all’agente, come quasi sempre accaduto, con quell’iscrizione nel registro degli indagati tanto contestata e oggetto di revisioni nel testo della riforma, sulla quale si voterà nel referendum tra meno di un mese. Ma successivamente parte un attacco diretto con veemenza all’esecutivo, nella persona della premier Meloni e del vicepremier Salvini, colpevoli di aver dichiarato preventivamente di stare con le forze dell’ordine “senza se e senza ma”, espressione che ha scioccamente fatto infuriare i maggior esponenti dell’opposizione, i quali però una volta emerse le prime sconcertanti rivelazioni sull’agente, non hanno tenuto in alcun conto le ovvie rettifiche e distinguo pronunciati dai suddetti Premier e vice, nei confronti di quella che poi è stata subito dichiarata pecora nera, infamante e traditrice non solo della categoria, ma anche dei cittadini che da questa hanno diritto di essere difesi e protetti, e non raggirati.

Queste le testuali dichiarazioni rilasciate alla stampa e ai media:

Meloni: “Un atto gravissimo, un tradimento nei confronti della Nazione e della dignità e onorabilità delle nostre Forze dell’Ordine“.

Salvini: “Se fosse confermato, il suo comportamento criminale sarebbe un oltraggio ai suoi colleghi in divisa . Chi usa la divisa per fare affari o per regolamenti di conto personali, non ne è degno“.

Dall’altra parte, Conte: “Il governo ha preso una solenne cantonata, chieda scusa

No, On. Conte, nessuna cantonata, inutile chiedere il classico e stucchevole “venga a riferire in parlamento”. Semplicemente il governo, come i poliziotti e i cittadini, sono stati inizialmente ingannati da un agente indegno di far parte delle forze dell’ordine. Stop.

Ovviamente, per chi strilla dall’opposizione, frasi che non contano nulla per aver precedentemente affermato di essere “senza se e senza ma” dalla parte delle forze dell’ordine, fino alla rivelazione della vicenda reale e alla ammissione di colpa dell’agente, in conseguenza della quale è palese che i “se e i ma” ci sono e assumono valenza giuridica, costituendo nel caso fondata eccezione. Quindi un’Italia che ancora non guarisce dal quel male oscuro, ma non troppo, che si chiama strumentalizzazione atta a destabilizzare la coalizione di governo, ormai quasi più nemici da abbattere che avversari politici. E se a questa contrapposizione si aggiunge il popolo social, sicuramente la parte vociante più becera della contesa, il quadro diventa francamente deprimente in ottica pregiudiziale, tipica di quella fazione di sinistra extraparlamentare che non si fa alcuno scrupolo nel manifestare apertamente una datata, quanto spiccata idiosincrasia per le divise, bistrattate, insultate a morte e offese a ripetizione con le scritte sui muri, i post sui social, i cartelli e striscioni nei numerosi  cortei di manifestanti, “senza se e senza ma” sempre e comunque contro il governo, specie se di destra. E anche qui le prove non mancano mai…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.