Il “caso Pucci” si trasforma nell’ennesimo teatrino della superiorità morale. Anche Beppe Sala ha deciso di salire in cattedra per commentare la rinuncia del comico a Sanremo, seguita alle solite levate di scudi della sinistra. Approfittando di un evento in città, il sindaco di Milano non ha perso l’occasione per lanciare la sua stoccata snob: “Qualcuno a destra dice che Pucci parla come gli italiani a cena? Ecco, io sarò anche un bacchettone, ma spero vivamente che a casa mia non si usino quei toni”.
Il bersaglio (nemmeno troppo velato) è Ignazio La Russa, colpevole di aver difeso la comicità verace e senza filtri dell’artista. Il Presidente del Senato, intervistato dal Corriere della Sera, aveva infatti liquidato le polemiche con pragmatismo: “Pucci fa morire dal ridere, parla di cose comuni, quelle su cui tutti ci facciamo una sghignazzata senza troppa ferocia”.
La sinistra “tollerante” e il muro contro Pucci
Mentre Sala si preoccupa del bon ton a tavola, la politica continua a scannarsi su quello che è diventato a tutti gli effetti un processo alle intenzioni. La Russa, dopo aver espresso solidarietà personale al comico, ha lanciato un appello alla Rai affinché Pucci torni sui suoi passi, evidenziando però l’ennesimo doppio standard:
“Le critiche e la politica a Sanremo ci sono sempre state, ma solo se venivano da sinistra. Quando nel 2011 venni irriso io sul palco dell’Ariston, nessuno si scandalizzò. La verità è che sono profondamente intolleranti: non vogliono chiunque non la pensi come loro.”
In questo clima di veti incrociati e “lezioni di stile” da Palazzo Marino, il Festival di Sanremo sembra aver già trovato il suo vincitore: il conformismo.
Le “perle” del fronte progressista: tra puzza sotto il naso e minimizzazione
Oltre alle uscite di Sala, il coro della sinistra sembra essersi accordato su uno spartito preciso: derubricare Pucci a “fenomeno da bar” non degno del servizio pubblico. Ecco i toni che circolano tra i corridoi del Nazareno e i salotti mediatici:
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Il “non è arte, è solo rumore”: Molti esponenti del PD hanno liquidato la rinuncia del comico con un’alzata di spalle, definendo le sue gag non come satira, ma come “un’accozzaglia di luoghi comuni retrogradi che non meritano il palco più importante d’Italia”. La strategia è chiara: se non è politicamente corretto, semplicemente non è arte.
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La minimizzazione del “Vittimismo di Destra”: “Nessuna censura, solo una questione di qualità”, ripetono i parlamentari progressisti. Secondo questa narrazione, la destra starebbe “trasformando in un martire un comico che ha semplicemente capito di non essere all’altezza del contesto”. Un modo elegante per dire che, se te ne vai perché ti attaccano, la colpa è tua che non sai reggere il peso della democrazia (la loro).
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Lo sberleffo social: Non mancano i commenti sprezzanti di chi definisce il repertorio di Pucci buono solo per “sagre di paese e crociere di terza classe”, sottolineando come l’Ariston debba essere riservato a “contenuti di alto profilo civile”, escludendo a priori chiunque parli la lingua del “popolino” tanto caro a La Russa.
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