I miti della rivoluzione tradita

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Affermano Pilati e Pugnalin, la mitologia politica agisce sull’opinione pubblica, l’avvolge sino a sovrapporsi ad essa divenendone quindi la indiscutibile guida e prospettiva della società. L’Italia resta un paese umanistico anche quando è soprattutto tecnico burocratico; comunque mai cartesiano. Anche il formidabile avvento della tecnologia digitale è ridotto a mito, mai fatto raccontare dai suoi maestri italiani, sempre tenuti in disparte. In fondo l’opinione pubblica italiana si afferma ogni tanto come protesta masaniella, velleitaria e distruttiva. L’opinione pubblica non è come dovrebbe essere espressione dei tanti interessi dei pezzi vitali del paese, ma è captive di una cupola burocratica, accademica e giornalistica che poco a che vedere con la vita economica reale. Questa cupola ha creato ed imposto alla società i miti politici.

Gli autori di Mitologie italiane, Idee che hanno deviato la storia, Luiss Press,ne individuano due, quella del primato nazionale fino al ‘43 e quella dell’europeismo dopo il crollo della Barriera antifascista, alias Muro di Berlino. Sembra mancare la terza, non meno importante, quella della rivoluzione tradita che le ingloba entrambe. Per un paese nato dall’irrompere del bonapartismo (noce del successivi nordismo di destra, di sinistra e di destra), vale a dire rivoluzione in salsa autoritaria, i suoi punti cruciali sono i miti delleRepubblicheToscana e Romana, della consegna della conquista democraticista del Regno delle due Sicilie, della Resistenza tradita, dello Stato eversore e del terrorismo rosso. Miti, come è di tutta evidenza, affatto defunti e che pongono i suoi nemici sul crinale reazionario, cinico, dittatoriale, ipocrita, criminale. Anche il Primato nasceva dal mito bonapartista, pasciuto dalle diverse idee risorgimentali di sviluppo italiano lungo i percorsi religiosi, imperialistici, carbonari e rivoluzionari.

Qui bisognerebbe puntualizzare che la ricerca dell’indipendenza, unico punto in comune di Cavour e Mazzini, chiuse il percorso risorgimentale nel fascismo, che mise l’unitarietà politica al di sopra di tutto, prima della negazione di sé stesso; e che si nutri confusamente, appunto nell’esasperazione del Primato, di tutte le sfaccettature risorgimentali da quelle di realpolitik a quelle demagogico rivoluzionarie. Il banale pragmatismo dello Stato piemontese riuscito nell’impresa unificatrice, in quanto dotato di realismo, classe dirigente, diplomazia ed esercito, che aveva condotto l’unificazione, a parte i referendum truccati, quasi come un’espansione territoriale settecentesca senza che mai venisse a Napoli il signor Conte,non trovò mai letteratura, né mito del regime. In quest’opera i tratti liberali piemontesi, mantenuti e voluti come si fosse in Svizzera, e importanti per i riconoscimenti delle gradi potenze occidentali europee, non furono affatto d’aiuto, strumentalizzati ad ogni passo e resi ostacolo da figure estremamente contemporanee come il Brofferio. Conseguente che una unificazione così banale e faitavec lesangdesautressturasse una critica tranchant. Il Risorgimento fu peccato originale, rivoluzione passiva dall’alto, esclusione popolare voluta dal blocco storico-sociale di potere. Come se si potesse affermare che gli Stati siano mai nati nella storia per limpida e manifesta volontà popolare nella storia, come se la stessa creazione della più recente repubblica rivoluzionaria, quella Usa, non fosse stata condotta dalla locale oligarchia. La costrizione del mito del Primato, secondo gli autori, visse dal 1861 al 1943; quello della rivoluzione tradita, si può dire, nacque con Foscolo e perdura a tutt’oggi, sia dentro che fuori dal Primato, in un certo senso mantenendolo vivo anche dopo la sua morte politica.

La seconda mitologia presentata dagli autori, dal 1990 ad oggi, quell’europeista, avrebbe esasperato l’idea di Europa sottoponendo l’Italia all’autodeprezzamento. Appare in realtà anche questo secondo mito, il proseguimento della rivoluzione tradita, dove fuorviata è l’idea stessa di Europa. Questa, con l’esaltazione Spinelli, avrebbe dovuto condurre il vecchio continente a lidi mai esplorati, di pacifismo, democraticismo e rivoluzionarità para anarchica. Ovvio che l’Europa reale, atlantica e anticomunista, ne tradisse, da subito, ideali e percorsi. Anche qui, è di tutta evidenza la funzione da foglia di fico di questo europeismo che doveva salvare l’insalvabile dello spirito della rivoluzione tradita. Fino al paradosso finale, di esaltare nell’europeismo utopico, quello più reale e sinistro tecnocratico, pur di impedire la vittoria della politica pragmatica, più aderente alle variegate realtà economiche e culturali del paese.

Il pragmatismo liberale e la tutela delle vocazioni nazionali che gli autori vedono impersonati dal presente governo, sulla scia di alcune parentesi di slancio come la stagione degasperiana e il periodo craxiano, cercherebbero di uscire dalla lunga fase di esasperanti mitologie politichee vecchi ideologismi. Gli autori, per evitare polemiche e l’affossamento delle loro tesi, hanno evitato di inserire nell’elenco la stagione di governo berlusconiana, forse per un primato di nordismo, figlio minore di quello nazionale.

Letta pragmaticamente e realisticamente la vicenda italiana è forse meno entusiasmante, meno romantica, menoaffascinante e struggente color di lontananza. È molto significativa, però, con tutti i grandi risultati, d’economia e di invenzione, che rendono il nostro Paese un mito all’estero. Burocrazia, accademia e stampa questo mito non lo vedono, attaccati, come sono, come cozze agli scogli, alla rimasticazione infinita del tradimento della rivoluzione, d’Europa e del primato.

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