Letizia e le altre

Lombardia RomaPost

Donna Brichetto Arnaboldi Moratti, ex assessore di Fontana, dal piglio centralista in controtendenza alla tradizione lumbard, si è impuntata per la sua mancata candidatura da parte del centrodestra. Entrata nella giunta lombarda nel gennaio 2021, come vicepresidente e salvatrice della patria e di Fontana, lei, con i suoi veneti e Bertolaso, attendeva, dopo la gestione vaccinazioni e Pnrr, di venir riconosciuta con tanto di tappeto rosso futura first lady del Pirellone. Ai palmares di Rai 1994, Ministero 2001, Comune di Milano 2006 affidatole in trent’anni dal centrodestra, mancava appunto la Regione. D’altronde, Ad che vince non si cambia e con il Cavaliere e Tronchetti Provera, Letizia costituisce il miglior terzetto dell’imprenditoria lombarda che la destra ha regalato alla politica, gente abituata a ragionare in termini di Champions, anche per ordinare l’aperitivo. Gente di una regione da primato europeo e mondiale. Nell’esperienza comune di governo regionale, a Letizia il governatore leghista, visto da vicino, le è apparso conosciuto sì ma fiacco, debole e impopolare. La politica, però, non è ancora, per il momento, solo un Cda.

La stizza poi si è coniugata all’azzardo politico di candidarsi alla Regione con la civica Lombardia Migliore, richiamo delle iniziali personali, e con il quarto polo renziancalendiano. Dare voce all’estrema liquidità degli animi, in un momento in cui tutti sono scontenti di tutti, ha finito per scoperchiare il vaso di Pandora. . Si sa che i berluscones non sopportavano i leghisti divenuti troppo destri e tantomeno sopportano l’ascesa dei fratelli che portano via i loro migliori consiglieri comunali; che la vicenda tragicomica del Comitato del Nord bossiano, apparso e scomparso, segna grande scontentezza per la Lega a trazione nazionale, insidiata anche dal triveneto democristianizzante e che infine in gran parte l’elettorato dei fratelli vota il governatore leghista solo per spirito di coalizione. Come si sa che i democratici sono imbarazzanti e né Cottarelli, né Pisapia si sono voluti imbarcare con loro; che esprimono in loco la leadership minoritaria e trascurata dei Cuperlo e delle Pollastrini, mentre Sala è animale di specie non classificata; che un bel terzo degli elettori dem non sopporta i fancazzisti stellati; e che a loro volta solo il 39% degli elettori delle politiche pentastellati sceglierebbe il candidato dem; che un terzo degli iscritti postgrillini era contrario all’alleanza; e che comunque l’ombra del Qatargate incombe sinistra su tutto l’eurogruppo dem di cui è membro il candidato Majorino. Non è certo l’unica a destra, la Moratti, a provare nostalgia per la Lombardia del forzista Formigoni, il celeste, prima che la regione diventasse di proprietà dei Maroni e Fontana, leghisti che appaiono oggi quasi degli usurpatori, doppiati al 14,5% (13% di partito e 1,5 di liste civiche) dal partito della Meloni, primo in regione al 27%. Il successo di Fontana dipende dai voti dei fratelli, i cui alleati, ai loro minimi storici, insieme non raggiungono il 20%. Il debole e impopolare Fontana, eletto in un consiglio regionale marcato da FdI sarà la migliore garanzia per la Meloni della fedeltà leghista al governo. lla stabilità della segreteria Salvini, Il salvataggio della Meloni le garantisce la massima coesione dell’alleato leghista al governo. L’elettorato dei Fratelli non è entusiasta del sostegno a Fontana.

In questo quadro di generale disillusione verso sé stessi (a parte i fratelli), l’ambizione totale e la rabbia si sono mescolate nella fredda cucina renziana che si esemplifica sempre nello schema di rubare un pezzo di destra, come ai tempi di Alfano o di Conte, per metterlo a sinistra, resinandone gli spiriti nell’animo amorfo di potere centrista. Usualmente gli Zingaretti e i Letta, segretari di turno Pd, blaterano di primo acchito l’indignazione. Il Letta del Non c’è un solo motivo al mondo per cui il Pd debba candidare la Moratti, berlusconismo in purezza, era identico a Zingaretti che disprezzava il Conte premier della guerra all’Open Arms con Salvini. Poi da quell’incontro organizzato a tavolino dall’agenzia matrimoniale, e dal Conte II, sarebbe nato il folle amore del campo largo.  Così il 7 novembre la Moratti su Repubblica ha materializzato a freddo la proposta indecente di chiedere al Pd l’alleanza riformista, o meglio di votare la falsa copia della destra, nella garanzia che Letizia avrebbe sottratto voti a Fontana. Tanto più che dopo aver abiurato a trent’anni di politica destra, è poi passata dai microfoni di Telelombardia ai toni leghisti da prima ora, Basta Ponte sullo Stretto, le infrastrutture necessarie sono tra Cremona, Brescia e Piacenza, montando i fedeli di Bossi con cui l’ex vicepresidente è amica fin da quando erano ministri nel Berlusconi II. Non contenta, polimorfica, si è rivolta anche agli stranieri ed ai centri culturali sikh, menando un po’ da tutte le parti, inclusi i suoi, rivendicando autonomia da Renzi e Calenda (Non sono la candidata del Terzo polo) grazie alla notorietà ed ai mezzi che non le mancano. Ha alzato subito il livello delle aspettative (14,8% vs il 10% di Calenda&Renzi alle politiche) per poi divenire un minaccioso spettro, evocato ad inizio dicembre dall’agenzia Nova che segnava solo un punto di distacco tra lei ed il presidente uscente. Stazionaria sul 18%, ma ottimista, forte dei manifesti onnipresenti e dei tour in pullman, a metà gennaio ha fatto registrare un altro exploit nei sondaggi, quando Winpoll per Scenari Politici l’ha quotata al 27 %, dietro il 41 di Fontana ma davanti al 25 del candidato di sinistra. L’incredibile abiura ha provocato la comprensibile rabbia, soprattutto forzista e leghista, urlante all’alto tradimento, in un momento di oggettiva défaillance dei due partiti minori destri; meno comprensibile l’identica reazione dem che avrebbe volentieri riportato la Moratti nel suo campo in omaggio agli schemi consolidati e che le ha consigliato di non rovinarsi il profilo per una caduta di risentimenti (cosa s’è messa in testa la Moratti?). 

Il Pd ha preso da tempo una posizione centrista che senza l’occupazione del potere lo sta dissanguando in una continua emorragia di voti ed iscritti con il 17% in Lombardia, dove il richiamo sinistro dei 5 Stelle resta al 7% (dal 21%, persi ben 2 voti su 3 in 4 anni), che diventa un netto del 4% contando la perdita del 3% degli ex alleati radicali di + Europa. La probabile elezione a fine febbraio di Bonaccini segretario Pd confermerebbe che la cura Renzi ha prodotto cambiamenti incancellabili. Il Pd non è più un partito di sinistra, soprattutto al Nord. Invece eccolo alla prova di laboratorio del rilancio del campo largo smentito dalle vicende laziali dove i pentastellati sono decisamente più forti e cresceranno proprio in lotta con il Pd. A metà dicembre, BiDiMedia assegnava il 47,6% al governatore uscente Fontana vs il 29%, di Majorino. A quasi un mese dal voto Ipsos dava Fontana tra il 40,8% e il 46.8% e Majorino, impegnato contro l’Iran tra il 31% e il 36% mentre Izi per Repubblica segnava 43,2% per Fontana e 39% per Majorino. L’ultima voce di Winpoll è invece drastica, Fontana a 41, Moratti che a 27 supera Majorino a 25. I dati risultano tanto ballerini per l’andamento dell’astensione che si preannuncia vicino al 40%. Meno elettori si presenteranno, più Fontana rischia, infatti il Pd conta molto su nevicate e pessimo clima soprattutto nelle valli e sui monti. La campagna di demolizione personale dell’ex sindaco, ex ministro ed ex vicepresidente regionale, se ha funzionato negli ambienti politici, ha fallito però con l’elettorato. 

L’aspirante segretaria Pd Schlein ha puntato tutto sull’intesa con il partito di Conte nel laboratorio lombardo e sulla candidatura Minimax Majorino che è passato, in una soluzione di vertice senza primarie, sopra altri candidati interni avendo solo il 21% del consenso della coalizione; il perito informatico che agita sempre il pugno chiuso, canta sempre Bella Ciao ed ha passato la vita nel sostegno solidale all’immigrazione, il quasi rivoluzionario che dal 2004 non ha mai smesso di occupare una poltrona sicura senza alcun rinnovamento è l’usato garantito che nel racconto mitico della Schlein assume il rilievo della svolta di sinistra nell’alleanza ritrovata con i 5stelle che appare al Nord, unione di due debolezze. Un suo buon risultato o l’insperata vittoria, cogliendo le divisioni di destra modello Verona, sarebbe un incredibile volano per la corsa congressuale della svizzera di Bologna. Invece, l’arrivo finale solo di Fontana e Letizia sarebbe tombale per le illusioni di sinistra sinistra delle levate di scudi dei Coordinamento 2050, dei fantasmi di Leu, dei Fassina, della De Petris, dei Pecoraro Scanio e dello stesso Pd targato Schlein. Nel laboratorio lombardo questo disegno appare diametralmente opposto a quello, consapevole o no, della Moratti. Da un lato le utopie di sinistra in versione altoborghese, dall’altro un neocentrismo che ricomponga le divisioni destrosinistre durante il regno della destra destra. La probabile vittoria di Fontana lasciando le cose come stanno (sopravvivenza forzista e leghista, dominazione della destra, degenerazione del Pd, rinforzamento centrista ed esaltazione nichilista pentastellata), rimanderà nel tempo le inevitabili trasformazioni. 

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