Macchè 5 stelle, 10.

Economia e Politica RomaPost

Presentare liste è divenuto un mestiere nell’arte di arrangiarsi. Anche stavolta il Viminale ha visto l’assalto di ca. 101 liste, poi ridottesi, dopo il vaglio a 80 contrassegni ammessi in due tempi (no a Referendum e Democrazia di Cappato, a Palamara, lista Draghi, Gilet arancioni e Forza Nuova). Si punta, al peggio, al rimborso delle spese, un tanto a firma, per Sud chiama Nord, Alternativa popolare, No green pass, Partito comunista, Partito animalista. In un mondo dove i Pr portano gente al ristorante o fanno catering dalla cucina di casa propria, non si vede perché no. Berlusconi si sente usato sicuro, ma Mastella direttamente dalla prima repubblica lo batte. Va in giro dovunque con pullmanate di sostenitori dalla terra natia dove è sindaco eterno e fortissimo. Turismo elettorale. Accanto al promoter, si è imposto un nuovo mestiere, il locatore di simboli e liste che per presenze parlamentari non deve presentare le firme necessarie ai contrassegni vergini. Il democristiano di lungo corso Tabacci (che corre nell’uninominale in Lombardia), già una volta aveva liberato dall’incombenza i radicali della Bonino, stavolta è venuto in soccorso di Impegno civico o cinico di Di Maio. I socialisti di Nencini, memore dei favori ricevuti in Toscana, avevano invece permesso a Renzi di costituire un gruppo parlamentare al momento della nascita di Italia viva.

Si entra in Parlamento tuffandosi in un fiume pieno di correnti, spumeggiante, sempre in movimento. Un tempo i deputati erano peones, schiavi del capogruppo, dei capocorrenti, degli whipman; dovevano esserci sempre per votare e difendere o buttare giù, a seconda delle posizioni, il governo. In un decennio di alleanze generali e transgeniche, la pressione è calata di botto. Non avendo molto altro da fare, sequestrati dall’iperattivismo legislativo degli uffici, scoperto che, malgrado le credenze, i (68) miliardari o i (3.637) milionari non abitano qui, i parlamentari hanno nuotato da un gruppo all’altro. I numerosissimi cambi di casacca di deputati e senatori (dal 2018 al 2022, 311cambi per una media di 6,5 mensili, 191 alla camera, 119 al senato.52 tra Conte I e Conte II, 82 tra Conte II e Draghi, 31 a cavallo tra 2021 e 2022, 8 a febbraio e marzo, 34 nel primo trimestre 2022) non hanno fatto più notizia, né scandalo. I trasformisti di un tempo, alla D’Annunzio, passavano da uno schieramento all’altro. Qui i 144 deputati e 72 senatori, con più di un cambio a testa, parlamentari in cerca d’autore, sono apparsi angosciati del loro vuoto interiore, mai risolto dal passaggio ad altro vuoto.

Simbolica la durata di un solo giorno dell’esistenza del gruppo di rilancio dipietrista, Costituzione, ambiente, lavoro – Italia dei valori di ex 5 stelle (leLezzi, Crucioli, Abate, Angrisani, Granato, Di Micco e Corrado oltre Lannutti e Mininno) più la Sbrana, L’emorragia dei 150 fuoriusciti pentastellati, quasi metà del totale, è apparsa inevitabile nella ricerca diuno stipendio, di un posto, dell’anima, incompresa fin dall’inizio da eletti e elettori. Tra i tanti, la Evangelista passata a Italia Viva, la Ianaro al Pd, De Bonis a Forza Italia, la Vono a Iv poi a Fi, la Scanu in Coraggio Italia, Lombardo a Coraggio Italia fino a Impegno civico, Dall’Osso in Fi, poi Ci, di nuovo Fi, Marino in Iv, la prof. Ianaro nel Pd, attestano che il M5s è mobile. Ci sono stati effusioni di amorosi sensi tra movimento e gruppo misto che ha accolto il maggior numero di nuovi parlamentari, 136, subendo il massimo numero, 64, di abbandoni.

L’esplosione di questa lava trasformistica condita da due scissioni partitiche ed un pulviscolo di mini-scissioni coincide con la crescita esponenziale dello strumento della fiducia governativa, indispensabile per troncare ogni dibattito parlamentare. Negli ultimi 17 mesi, il governo ha usato più di tre volte lo strumento ogni 30 giorni, mentre cambiavano casacca una media di 7 parlamentari. Solo Renzi, governando 33 mesi, pose più voti di fiducia, 66, con la media di 2 mensili però. A seguire alle 55 di Draghi, le 51 questioni di fiducia di Monti, le 45 di Berlusconi, le 37 di Conte II, le 33 di Gentiloni, le 15 di Conte I e le 10 di Letta. Provvedimenti in genere tesi a prendere in contropiede i parlamentari, costretti a votare per disciplina di coalizione testi di legge, consegnati poche ora prima se non affatto. Tutto ciò fa ammettere che strumenti tipici della vita parlamentare come fiducia, obbligo di iscrizione ai gruppi, gruppo misto, svincolo di mandato sono stati snaturati dall’immaturità dei soggetti in campo e che debbano essere rivisti completamente almeno per un periodo provvisorio, pena l’insignificanza del voto. Appare migliore la ripresa dell’idea pentastellata originaria di democrazia diretta di referendum vincolanti su questioni specifiche alla svizzera.

Anche se l’armamentario originale 5s (parlamentarie, piattaforma Rousseau, cessione dei compensi parlamentari, codice etico, vincoli di adesione, espulsioni, Casaleggio senior e junior, lo stesso Grillo) si è ridotto ad un fantasma non resuscitato dalla cacciata delle Majolo e Manzo, e neanche dal colpo di coda di Grillo che ha fatto fuori le Raggi e Taverna, Fico, Bonafede, Crimi, Toninelli, Buffagni, Dadone, Fraccaro in omaggio all’election cap, del tetto dei due mandati (salvata l’ex sindaca di Torino, Appendino). Il peccato di fondo infatti sta nell’improbabilità del leader Conte. Egli venne paracadutato al vertice della politica italiana trovato da Bonafede; come burattino in affitto congiunto di Salvini e Di Maio, poi apparve teleguidato da Renzi e dal bibitaro, felice di essere rimasto, inspiegabilmente al vertice; cacciato di nuovo da Renzi, ha masticato amaro finché non è riuscito ad affossare il drago usurpatore. Per lui, insignito già di tutto, la prova del voto è una new entry del tutto incognita. Si è garantito con un listino bloccato, uno degli oggetti storici dell’odio pentastellato, coniugato per i capilista dei migliori collegi plurinominali per le Appendino, l’oncologa Castellone, l’insegnante Floridia e la manager It Todde, Patuanelli, il carabiniere forestale Costa, il notaio fedelissimo Colucci, l’ex presidente Avellino Gubitosa, il tosco Ricciardi, i prof. De Santoli e Turco; il giudice sportivo Licheri, l’anonimo Silvestri ed i magistrati antimafia De Raho e Scarpinato. Sarà candidata 5s al Senato in Calabria, anche la Saladino, già pasionaria delle primarie Pd 2018.

Inverosimilmente, le altre formazioni da ultimo si sono accalcate ad attutire la caduta rovinosa dei pentastellati. Conte voleva far cadere Draghi pur senza avere i numeri per sfiduciarlo. L’alterigia del premier, che pretendeva la totale ubbidienza, è stata utile a Giuseppi; come anche lo stralcio di Lega e Forza Italia che non sono riuscite a trattenere una covata irritazione. Il massimo aiuto però arriva da sinistra. Il linguaggio dell’avvocaticchio, paludato, contorno, sembra involvere sempre in un discorso biforcuto che si lascia libera ogni opzione di bivio. La scelta del Pd di presentarsi in campagna elettorale assolutamente centrista, con il martellamento sull’agenda Draghi, pur portandosi sul groppone l’estremismo sinistro di Sinistra Italiana& Verdi e l’assistenzialismo piagnone di De Maio, ha liberato praterie di operaismo da 35 ore per la retorica di Conte, soprattutto dopo che alle amministrative la sinistra aveva vinto proprio con il campo largo, dell’alleanza di Pd e 5s. Alla fine, ancora una volta il Pd, come di Zingaretti, così di Letta, ha dato ragione a Renzi, ripudiando l’intesa, ma rischiando di regalare ai 5stelle la patente di sinistra.

Due autogol in un solo tiro, tutta motrice per il treno del Conte, scelto come dal Rutelli della sconfitta. Di più, la sinistra, pur rifiutando il campo largo, ha inspirato in sé lo spirito 5s di un tempo (lamentoso, risarcitorio, incapace di vedere i propri torti, tutto diritti, nessun dovere, sicuro dell’incompetenza dei titoli altrui, certo della competenza propria fatta di vita vissuta e di odore di cucina per le scale) con la candidatura Cucchi, che, come c’era da aspettarsi, incombeva nelle file verdi sinistre. La sorella del martire era di destra, ma si è trasformata nell’opzione elettorale; sarà nel collegio Lombardia 2 e per il Senato a Firenze vs la renziana Saccardi, sempre aspettando le scuse di Salvini. Contequesta stupenda istallazione vivente del trasformismo, è ora un fiume in piena, per il reddito di cittadinanza, anti Nato, anti sanzioni, per soldi a pioggia per le rincarate bollette, per la vera parità per le donne, e colpisce a destra e manca contro agenda Draghi e le larghe intese di gestione del potere. I 5 stelle partivano, malgrado gli abbandoni, da 156 deputati e 73 senatori, il 24% parlamentare, destinati alla massima sconfitta per salvare forse 50 deputati e 24 senatori; invece l’autogol sinistro al fotofinish ha prodotto l’inverosimile, una previsione del 16% che permette ai 5s di superare la Lega, ferma al 10%. Un furbo Conte vaticina Al Sud ci danno come primo partito, possiamo vincere molti uninominali; mentre il Di Maio ed il suo Ic, garantiti dal Pd, sono l’ennesimo peso per gli alleati senza riuscire forse a far passare neanche la Castelli, in corsa con il proporzionale.

La vittoria pentastellata al Sud, i forse più di 100 parlamentari, grazie agli aiutini ricevuti ci riportano all’amara realtà. Giustificano l’astensionismo. Costringono il Pd a ripensarsi, forse ad ammettere di non essere più sinistra, forse a rovesciarsi come un calzino. Ripetono che se l’impostazione è sbagliata, le righe verranno storte, il peggio riemerge, il non merito viene premiato. Date le premesse, visto il consenso per lo schifo, le bruttezze della legislatura rischiano di tornare doppie nella prossima. Come un tempo, tanto peggio tanto meglio.2 cont.

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