La bella fola del 1982

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In onda la bella favola dell’82 quando l’Italietta all’improvviso si trovò sul tetto del mondo sportivo. Zuccherosissimo, tocca a Tempesta Giallini ed alla sua truce voce romana spandere e spargere diabete agli indifesi giovani che non sanno come andarono le cose veramente. E allora per sollevare le setose coltri dalle immonde puzzolenti materie della realtà, si torni a quell’estate dell’82. L’Italia era lacerata, divisa, affannosa, spinta all’incredibile forza di azione solo in virtù delle molteplici e contrastanti rabbie. Non era affatto scemata la rabbia terroristica che aveva ucciso nel ’78 Moro conservandone una memoria postuma pessima, ben illustrata dal film todo modo che ne aveva plasticamente ed ignominiosamente anticipato la morte. La stessa rabbia che aveva provato ad uccidere Papa Wojtyla nell’81. Sul fronte opposto, la rabbia degli uomini dello Stato, dopo quasi un decennio di ignavia e sconfitte, si era scatenata nell’arresto di un grande vecchio terrorista, Senzani.

Governava un’inflazione da 16,5% dall’estate precedente il primo laico premier, il grande nuvolone né carne né pesce asessuato divino di erudizione Spadolini, quarto esecutivo dell’VIII legislatura, 39simo in generale. I Dc malgrado il martirio avevano dovuto ingoiare il governo della non sfiducia generale, stretti tra le falci che sparavano da sotto ed i martelli che l’accusavano di disordine e corruzione. Il presidente, primo socialista ma non prima laico e neanche primo membro dell’Internazionale socialista (c’era stato prima Saragat), era un membro del Psi che parlava come un mix di Pci e Democrazia proletaria e che alla prima occasione aveva brandito, come nel finale della guerra civile teneva il mitra, la clava del moralizzatore, dando del Batista al governo

In questo clima Bearzot convocò controcorrente per il mondiale di Spagna il blocco della Juve anzi cercò di recuperarne la bandiera Bettega, che si era infortunato tempo prima e per il quale venne attesa fino all’ultimo la risposta dei medici. A maggio la Juve, squadra della Fiat dell’Avvocato, erede simbolico del monarca sabauda, aveva appena vinto il suo XX scudetto, che a Firenze ritenevano rubato. All’ultima partita, alla pari a 44 punti le due squadre affrontarono lo scontato destino del pericolante Cagliari che resistette ai gigliati pur con un gol annullato ingiustamente; mentre il migliore Catanzaro di sempre regalava un rigore inventato ai bianconeri. Risultato, una città intera esplose nel meglio secondi che ladri. Zeffirelli accusò Ho visto Boniperti mangiare noccioline in tribuna, sembrava un mafioso americano. Marisa lo querelò. Pochi anni dopo nell’85 la curva Fiesole sbeffeggiò con macabro gusto la strage di 39 tifosi dell’Heysel dove comunque la Juve cinicamente incamerò la sua prima Champions. Nel ’90 la Firenze di Baggio (in procinto di andare a Torino) ridiede del ladri agli juventini, in occasione della finale di Coppa Uefa dove l’arbitraggio facilitò la vittoria bianconera.

Firenze non credeva molto al fair play juventino ma non ci credeva l’Italia. La classe operaia, allineata sotto i sindacati ortodossi, tifava per la squadra del padrone, con rabbia del giornalismo sportivo e politico. Montava fin d’allora l’idea di un complotto tangentizio e golpista in campo calcistico, esattamente come in campo politico dominava l’idea della grande truffa ai danni del popolo dalla resistenza tradita alla politica degli opposti estremismi ed alla strategia della tensione. Una buona prova dell’immanente grande scandalo sportivo era Rossi, sospeso nell’80, alla vigilia degli Europei, condannato e squalificato per due anni per il calcio scommesse. La sua colpa riverberava sulla maglia bianconera, solo la quale aveva permesso che un giocatore con solo tre partite di campionato nelle gambe, venisse convocato per il Mondiale. Al posto di un Pruzzo, ad esempio, il romanista capocannoniere per due stagioni di fila; oppure al posto del geniale interista Beccalossi, neanche preso in considerazione.

In Spagna l’Italia era la Juve; la Juve democristiana e razza padrona i cui calciatori (Zoff 94 convocazioni, Cabrini, Scirea e Tardelli che giocarono sempre; più il superdifensore Gentile ed il supercannoniere della competizione mondiale con 6 reti Rossi Pallone d’Oro ’82 cui bisognava aggiungere l’ex juve e già squalificato supporto Causio) erano disciplinati, bravi ragazzi, aziendalisti, i più espressione della migrazione delle regioni povere del Nord e del Sud. C’erano i fiorentini Antognoni, Vierchowod, Massaro, Galli e  il pasticcione Graziani. C’erano quelli della finale di Coppa Italia, Dossena, Bordon, Marini, Oriali, il giovane Bergomi e Altobelli. C’erano il comprimario Selvaggi ed i milanisti Collovati e Baresi, zittiti dalla retrocessione, assieme al Bologna, precipitato in B dopo 73 anni. Per tutti valevano le espressioni del  romanista popolano, generoso, buono e naive Conti (in second’ordine Ciccio) che nelle memorie sottolinea più di tutti l’ambiente familiare da volemose bene del ritiro dei nazionali. Una solidarietà di gruppo abbastanza improbabile; erano gli juventini, in particolare Rossi, ad avere bisogno di solidarietà da parte degli altri mentre Bearzot pateticamente elemosinava un sorriso ed una parola buona da parte dei giornalisti sportivi.

Diceva il non ancora Pablito, i fantasmi del passato mi sono ripiombati addosso, ho scoperto che il calcio è un inferno, anche in Nazionale sarà lo stesso. Dopo l’epopea Pozzo ’30 e dopo Superga ‘40, bisogna aspettare un trentennio perché un nuovo blocco di club si faccia Nazionale; fu la Juve del Trap, vittoriosa dal ‘72 al ‘78 con i succitati più Anastasi, Spinosi, Morini, Benetti, Cuccureddu e  Furino, dopo la sconfitta casalinga del’69 con la Fiorentina di Pesaola, Chiarugi e Maraschi del II scudetto viola. Non è vero, come viene scritto, che Bearzot nei ’70 aprì un ciclo della Nazionale. Il ciclo lo aprì Valcareggi, vincitore del 1° europeo ’68 e secondo nel Mexico e nuvole ’70; proseguì Bernardini, un altro che li aveva vinti gli scudetti (con Fiorentina e Bologna), come i Sacchi (finale mondiale ’94) Prandelli, Zoff (finale europeo 2000), Lippi (4° mondiale 2006) e Mancini (2° europeo 2020), tutti con precedenti esperienze nei grandi club. Bearzot, invece, come Vicini (terzo nel mondiale ’90) e Maldini (finale europeo 2012), era espressione della carriera corporativa burocratica della federazione ed era perciò debole di fronte ai giocatori illustri ed ai grandi allenatori. Debolezza tipica del sistema di guida di un paese dove sistematicamente le forze più grandi si scatenavano contro il sistema.

Il blocco Juve operativo in Nazionale dai ’70 con tanti allenatori, aveva il punto debole della mancanza degli stranieri che davano ai bianconeri la potenza in più necessaria. Sono stati ben 25 i bianconeri stranieri campioni del mondo  e di altri grandi trofei, da Platinì a del Sol, Zidane, Deschamps, Thuram, Vieira, Pogba, Rabiot e Matuidi, da Vidal a Boniek, Davids, Ronaldo, Cancelo, Emerson, Sandro e Dybala. A Bearzot mancavano Boniek e Platini per avere il vero blocco Juve. Il friuliano non cercava lo spirito di gruppo dei neocampioni d’Italia, era obbligato dalla federazione ad aggrapparcisi. Altro che sintesi del lavoro fatto in Nazionale, non dei gol fatti. La stampa sportiva cannoneggiava contro una Nazionale fatta sulla squadra odiata dai due terzi dei tifosi; non c’era nulla di nuovo, era la prassi confermata anni dopo anche con l’Italia di Lippi. Vittoria ‘82 sta a Totonero come vittoria 2006 sta a Calciopoli. Non c’è dubbio, come cantava Zalone, che molti abbiano pensato che Moggi avesse regalato gli orologi anche in campo internazionale.

Come tante altre volte, l’ItaliaJuve stentò agli inizi; quando doveva affermare il suo status di potenza calcistica, le prendevano complessi, frustrazioni e depressioni. Senza un golletto fortuito di Ciccio, gli azzurri non sarebbero neanche passati alla fase finale. Rossi non aveva dato segno di esistere. Invece, quando dovette affrontare i colossi (Argentina, Brasile, Polonia e Germania), da vaso di coccio tra i vasi di ferro quel blocco trovò la migliore forma fisica e psicologica, quella del miracolo; rivisse dentro di sé il ruolo neorealista della vittima in cerca di risarcimento; con catenaccio e gol di rapina tipici di Rossi (tripletta al Brasile, doppietta alla Polonia, gol alla Germania) meravigliò il mondo. La più difficile delle partite ovviamente fu quella con la debole Polonia; fortunatamente, per coincidenza tipicamente torinese, non c’era Boniek. La finale con la Germania  era un fatto divino predestinato dopo la mitica Italia-Germania 4 a 3 del ’70. Si reiterò nel 2006, dopo un attesa infinita, con gli assist ed i gol dei juventini Pirlo e Del Pirlo.

Sul finale del mondiale ‘82 arrivò a precipizio il presidente Pertini, ebbro di una popolarità così facilmente guadagnata, felice di rivivere di nuovo una guerra di Spagna, stavolta vittoriosa, non come era stato nel ’39. Per Pertini, isolato nel suo stesso partito socialista, rispettato dagli altri perché non somigliava ai colleghi, la vita parlamentare era stata noiosissima. Dopo i fasti fucilatori dell’epilogo della guerra civile aveva sonnecchiato per una vita, finché Craxi, per i suoi giochi a scacchi politici, l’aveva elevato prima a presidente della Camera poi a inquilino del Quirinale. Pertini era un frontista che non capiva i meriti ed i bisogni; un picconatore che piaceva perché usava i termini cupi berlingueriani e demagogici dell’estremismo sinistro. In un quadretto stucchevole e paesano il ligure vecchio presidente, i friulani allenatore e portiere ed il siculo libico festeggiarono a carte la vittoria mondiale, in una immagine di finti poveri neorealisti.

Il gruppo era mal mescolato, da un lato gli aziendalisti conformisti democristiani provenienti dall’Italia povera del Nord e del Sud, dall’altro un dogmatico anticapitalista vissuto di politica e di odio cui non erano mai interessate le passioni popolari calcistiche. Passato il momento di gloria del terzo mondiale, l’Italia dei blocchi senza stranieri tornò alle sue mediocrità. Una grande stagione di calciatori nostrani le fecero sfiorare grandi risultati finché il bloccoJuve nella finale mondiale 2006 non toccò l’apice con la quarta vittoria. Metà bianconeri giocavano per l’Italia, metà per la Francia. Ci volle per il risultato, oltre ad una grandissima difesa ed a meravigliosi coup de geste individuali, l’asso nella manica, l’insulto della maschera pisana Matarazzi che fece fuori fisicamente Zinedì. L’ennesimo colpo falso e cortese torinese.

Il 1982 fu una gran bella favola. Come tutte le favole, una fola.

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