Il Male assoluto tra de Sade e Dante per PPP (1a parte)

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Salò alla PierPaolo Pasolini

All’apice della trilogia italiana sull’orrore nazista, rivisitato nei ’70, Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini ebbe subito vita tormentata e non poteva essere che così, data la sua essenza di film maledetto, bagnato dal sangue stesso dell’autore. Venne subito bocciato dalla censura, poi approvato a fine ’75, ad un mese dall’assassinio del regista all’Idroscalo di Ostia; risequestrato all’inizio dell’anno dopo (Grimaldi della PEA, già produttore della Trilogia della Vita pasoliniana, fu processato e assolto con l’accusa di corruzione di minori ed atti osceni; l’attrice Nemour sostiene che i minorenni ci fossero; Bonacelli, uno dei protagonisti, lo esclude). Nel ’77 venne liberato dopo il taglio di quattro scene di sodomia e di masturbazione di un fantoccio; risequestrato dopo pochi mesi, la Cassazione lo autorizzò nell’85; ma venne liberato del tutto solo nel ’91 e rimontato definitivamente per la proiezione del 2015 alla 72° edizione del Festival di Venezia. Dopo 30 anni, il montaggio definitivo del film non è del tutto certo; per esempio manca la scena dell’interpretazione di una poesia tedesca. Le Tv in chiaro non l’hanno mai trasmesso, raramente quelle a pagamento; così ha girato soprattutto su Dvd. Sono più quelli che ne hanno scritto di quelli, di stomaco forte, che l’abbiamo guardato, almeno integralmente.

origini

L’ispirazione venne dal film Storie scellerate del ’73 di Citti, opera boccaccesca che portò sullo schermo La nuova storia, 4 libri di novelle cinquecentesche del vescovo lombardo Bandello. Come da topos, il film trattava di mariti cornuti, preti gaudenti, amanti sfortunati ed omicidi, anche portati al giudizio divino, nella Roma ottocentesca papalina. L’opera era made in clan Pasolini; al soggetto aveva partecipato il regista del Decameron del ’72, regista ed attori erano i fratelli Citti con la presenza di Davoli, tutti promossi dall’aiuto pasoliniano. Il regista, alle prime arti Avati, propose a Citti l’adattamento de Le 120 giornate di Sodoma o la Scuola di libertinaggio, romanzo incompiuto del libertino francese marchese de Sade, composto nella prigione della Bastiglia nel 1785 e pubblicato, dopo molte peripezie, nella Germania del ’31. Pasolini, per le Storie, aveva appunto indirizzato il produttore Grimaldi dal collaboratore Citti. Avati si era mosso per la scorciatoia già tracciata, contando sulla protezione che il clan pasoliniano, già vincitore sulla censura, poteva garantire ai film decamerotici.

clan

Avati però nel ’72 non trovò Citti ma Pasolini medesimo cui non piacque né la sceneggiatura, né la squadra proposta, composta dal regista De Sisti, esperto di sexi film (L’interrogatorio ’70, Fiorina la vacca ’72, Quando la preda è l’uomo ‘72, Sesso in confessionale ‘74) e dagli sceneggiatori Masenza (Sepolta Viva ‘73 e L’albero dalle foglie rosa ’74), Troisi e lo stesso Avati (Balsamus, l’uomo di Satana ’68 e Thomas e gli indemoniati ’70). PPP propose al regista bolognese di riscrivere la storia; e fino al ’74 ogni mercoledì i due ci lavorarono tra il ‘72 con Citti, nella casa romana di Pasolini all’Eur in via Eufrate. La sceneggiatura, spostata dal Settecento alla Repubblica di Salò, caricata di violenza per gironi danteschi, diventò un’altra cosa. Lusingato dal fatto di lavorare per Pasolini, Avati, dopo le riunioni, di notte stendeva in bella copia le descrizioni del regista, un inferno funereo, mortuario, tremendo.

avati

Pupi Avati

Poi la casa di produzione Euro International di Lanza fallì e in un incontro fortuito nel ’74, Avati ripropose il Salò a PPP, riportandogli anche la sceneggiatura comune. Senza altre notizie, ilegali di Grimaldi, che aveva preso in carico il progetto, lo liquidarono economicamente, escludendolo dagli autori. Nel 40ennale dell’omicidio di Ostia, Avati in sala uscì subito dopo l’inizio, restituito alla sofferenza delle  notti in cui ci avevo lavorato e violentato da una storia di un’atrocità senza limiti. In Pasolini c’era disperazione, una sensazione di buio, di baratro. Salò somiglia a com’era lui in quel momento della sua vita. Secondo la Maraini PPP era angustiato dalla fine del rapporto con Davoli, calabrese e già ragazzo di vita, che si era sposato nel ’71 con Patrizia. Qualunque fosse la ragione, PPP all’epoca era angosciato, sfiduciato e schifato da un’Italia dove, secondo lui, anche i ragazzi di vita erano divenuti vittime dell’irrefrenabile consumismo.

location

Il primo ciak fu battuto il 3 marzo nella cinquecentesca mantovana Villa Gonzaga Zani a Villimpenta strada provinciale 32, per poi passare nella bella villa storica Bergamaschi von Riesenfeld di Roncoferraro sulla riviera del Mincio, già abbandonata ed ora in fase di restauro, a Pontemerlano, strada Ostigliese ovest 130 a pochi km da Mantova, con esterni di piazza Castello nel comune di Gonzaga. Nella cinquecentesca Villa Mirra Siliprandi di via Porta Antica 32 nella mantovana Cavriana, già dei Gonzaga e successiva sede di celebrazioni ufficiali tra Gronchi e De Gaulle, vennero girate scene d’interni, nelle due stanze del primo piano; lungo la scala di servizio dove sale la cameriera di colore; nell’attuale stanza del museo, adattata a studio del notaio e nella sala, ad anticamera, del grande biliardo, per l’occasione smontato dalla troupe. Ancora nel mantovano, altri esterni si tennero all’Oratorio di Santa Maria di Loreto in via Commessaggio inferiore a Sabbioneta e davanti al complesso della Corte Grande via Cesare Battisti 8 a Roncoferraro. Le location più importanti però furono emiliane, la bolognese napoleonica Villa Aldini via dell’Osservanza e nel modenese, l’edificio nobile e la Limonaia, nel petrarchesco Giardino Storico, della Villa Sorra di Castelfranco Emilia via Pieve 41013; e nel bresciano, a Gargnano via Rimembranza 38/40, nella Villa Feltrinelli, già residenza di Mussolini durante la Repubblica Sociale ed al Grand Hotel Gardone corso Zanardelli 84 a Gardone Riviera. Paradossalmente nell’ultimo decennio Villa Aldini è stata centro di accoglienza di richiedenti asilo fino al 2020 e poi devastata da continue occupazioni di immigrati fino a venire, nell’ultimo anno, sprangata con una lastra rigida imbullonata al legno del portone, con uno stile degno del Salò.

riprese

Il 9 maggio’75 si chiudevano le riprese a Cinecittà; il montaggio venne concluso a ottobre con gran tagli di parte dell’ampio materiale girato per improvvisazioni nelle riprese e nell’incertezza dell’evoluzione finale del film. La Nemour, che poi sarà centralinista nel programma Tv Portobello di Tortora, disse che le riprese durarono ben cinque mesi, fino a giugno; Quintavalle le chiude a tre, ad aprile ‘75). Malgrado ogni scena accusasse forti mal di stomaco, Pasolini, attivissimo, girava sempre stando alla macchina da presa, all’inizio improvvisando, poi passando ad inquadrature (con due macchine da presa nelle scene delle torture), più attente al minimo dettaglio tra cui quelle famose del binocolo nel prefinale; PPP cominciò a seguire l’esempio delle tecniche particolari di Bertolucci che girava non lontano e con il quale sentiva una forte rivalità.

atmosfera

Bonacelli sempre solare protagonista come interprete del Duca strinse un bel rapporto con Pasolini anche consigliandolo. Più negativi i ricordi di Quintavalle, chiamato a sorpresa, attore neofita, per l’espressione del viso particolare, ad impersonare il Giudice, l’alto magistrato Curval. Quest’ultimo scrisse un resoconto del clima del set, Giornate di Sodoma. Ritratto di Pasolini e del suo ultimo film, diario di lavorazione e reportage demistificatorio concentrato sulla figura dell’autore, pubblicato a caldo nel ’76 da SugarcoL’omicidio del poeta gli diede l’occasione del successo letterario con il resoconto degli ultimi mesi di lavoro assieme al regista che in realtà conosceva alla lontana e che aveva avvicinato solo sul set.

Uberto Paolo Quintavalle

Quintavalle aveva opinioni comuni e sapeva quanto PPP fosse chiacchierato; la cerchia di amici, a partire da Moravia, tutelava la parte oscura di PPP che era solito sparire nei dopocena per inoltrarsi nei bassifondi. Quintavalle invece mise in piazza queste abitudini e le sere in cui, malamente sorpreso, trovava al ristorante a Mantova, con giovani e giovanissimi del set, il regista, unico adulto, che gli faceva Hai visto che bella imbarcata mi sono fatto? Come se si fosse trattato di una gran prodezza. D’altronde sul set lo stesso Quintavalle faceva a gara ad incitare rapporti anali con e tra i ragazzi oppure vestito da donna, si sposava con un ragazzo. Tutti gli aguzzini, tranne Bonacelli, mostravano tendenze gay e tra gli intercalari c’era un mi fa schifo la fica, urlato da PPP.

quintavalle

Lo spigoloso istant book raccontava anche il clima freddo calato durante le ripreseEra raro vederlo allegro. Il suo senso dell’umorismo, se così possiamo chiamarlo, era particolare. Ricordo che una volta raccontò a me, e a qualche altro attore un sogno che aveva avuto, in cui noi entravamo, che gli pareva estremamente buffo e che lo faceva molto ridere. Ora che ci penso, è forse l’unica volta che l’ho visto veramente divertito, ma eravamo tutti così occupati a cercar di capire dove fosse e in che cosa consistesse quella comicità che gli pareva così clamorosa da non riuscire proprio a partecipare al suo sollazzo. Non ricordo di cosa si trattasse, solo a che a tutti i presenti era sembrato un aneddoto senza capo né coda. Nel film, forse per la prima volta, ha fatto uso di diverse trovate grottesche, di tocchi buffi. Molte volte richiedeva a noi attori una recitazione così stralunata e sopra le righe che avevamo l’impressione che volesse buttare in farsa certe scene atroci. Siccome non ci spiegava le sue intenzioni né quello che voleva da noi, limitandosi alle disposizioni esteriori, non capivamo mai se stessimo recitando un film in chiave tragica o una grottesca parodia. Anche secondo gli assistenti, il clima era malsano e opprimente; spesso disorientato per le battute e le piroette dei cambiamenti d’umore di Pasolini che non si spiegava molto. Per la Nemour che aveva il ruolo di vittima, gli attori guardie si compiacevano dei ruoli di carnefici e godevano dell’amicizia di Pasolini che invece trattava solo tramite assistenti con le vittime, inclusi i minorenni, anche nei momenti degradanti. Sul set ci furono feriti e ustionati per i chiodi nascosti nel cibo e per le torture; molti svenivano e vomitavano tra cui il regista medesimo che sentì il bisogno di autoassolversi da tanta violenza, In tutta la mia vita non ho mai esercitato un atto di violenza né fisica né morale semplicemente perché mi sono affidato alla mia natura, cioè alla mia cultura.. Non perché io sia fanaticamente per la non violenza. La quale, se è una forma di autocostrizione ideologica, è anch’essa violenza. D’altronde asciutto aggiungeva, gli attori masochisti? Se li ho scelti, vuol dire che lo sono. La critica, quasi tutta filopasoliana, demolì il piccolo borghese Quintavalle per i suoi giudizi. Purtroppo, chi si è occupato di Pasolini, è sempre stato, più o meno, un suo fan; chi non lo era semplicemente ha ignorato lo scandaloso scrittore.

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