Sbriciolo il tempo con rabbia, ma ero una puttana per bene

Le storie di Nene Milano

Ma tu chi sei?  Per me, una sigaretta, un caffè, quando c’è, un maledetto piano che si lamenta dei mali del mondo, una mela mangiata a metà per risparmiare, questa sedia spagliata, le scatolette di tonno, ancora due, per due giorni, la tenda sporca nasconde un cortile squallido di rifiuti, i piedi gonfi per quel lungo sedere, in attesa di un sole che scaldi, di qualcuno che bussi alla porta, di un cane che lecchi le mie ferite. Le ore devono passare, il tempo è l’unica cosa che passa, e andare al discount a fare shopping è già un lusso che non mi posso permettere. Sono una vecchia..ma sì, guarda…ho una ragnatela di rughe sul collo, sulle mani e abito in una casa con le rughe sui muri, anche la memoria ha le sue rughe e  i desideri sono soffocati dalle rughe.

Ma tu che ne sai? Io ero una professionista per bene, una puttana per bene che lavorava con dignità, sempre con la stessa faccia e avevo una predisposizione innata e imparavo il bon ton di seconda mano e facevo sempre la mia figura e, sì, mi sentivo l’erede della migliore stirpe che avesse lavorato nel ramo. Io sono l’erede della Rosetta, quella di piazza Vetra, lavoravo  a Porta Cicca, anche durante il giorno, quando c’era  il mercato e guardavo  i treni partire e arrivare e la bela gent che andava e veniva, col cappello e la borsetta, roba distinta, fine.  Penso ancora al treno che rompe le ombre a pezzettini e poi chiede scusa e poi le ricompone, quasi che anche i sogni possano essere ricomposti.

Allora ero la “Rossa”, forse cent’anni fa, non so, forse all’alba  di un mondo che non c’è più e si andava nelle balere, quelle che cantava Jannacci…“per un basin” te la ricordi? E ti pestavano i piedi, ma era una carezza e sognavi un uomo perbene, come quello che s’allaccia la giacheta e gli pareva di essere un sciur, dopo il lavoro in fabbrica, sul tram, in piazza del Duomo.

Roba d’altri tempi e io ero una romantica e baciavo il sole e la nebbia, quella che addormentava le strade e l’aria camminava piano per non disturbare e all’alba andavo al bar che poi era una signora pasticceria a Cairoli, e ti davano il caffè e un cioccolatino, i ricchi con il giornale in mano, i quadri alle pareti: roba chic che neppure mi notava.

Con i clienti abituali andavo in gita all’Idroscalo e le risate, la polpa rossa delle angurie, seduti sull’erba, ad ascoltare il vento che trasmetteva le canzoni d’amore delle piante con un sussurro, perché così credevo, come una bambina che vive una favola.

Non ho mai detto bugie ma ho incontrato uomini, donne, vecchi e giovani, ricchi e poveri, verdi o gialli o chiazzati di colore, birilli che volevano essere campioni e io giocavo per scoprire se fossero soffocati dalla rabbia, dall’invidia o dall’’ipocrisia. Tutti sulla giostra degli uomini finti.

Ma mi innamorai d’un bastardo, bello, affascinante, mi portava nella sua soffitta, in via Olona, un camino acceso, a volte una rosa, sempre l’amore così bello che mi veniva da piangere e aveva una, due, tre non so quante giacche e un profumo da impazzire, e collaboravo volentieri al menage, immaginando giorni e baci lunghi da non finire mai. Sparì. Si diceva fosse andato all’estero con una vecchia ricca. Io, la puttana perbene, vidi morire anche il mio glicine, arrampicato faticosamente sul muro della Chiesa.

Piangere? E’ uno sport che fa bene, cancella la spasmodica voglia di essere felice, e sto qui nell’angolo, seduta in terra per abbracciarmi, le pareti che si muovono, si chiudono, non si può respirare, ombre gigantesche che vogliono correre come gli alberi quando sei su un treno, i lamenti di un piano lontano, una farfalla che forse vuole parlarmi, ho sete di sonno, lasciami sola, va via, Dio mi capirà.

Nene Ferrandi (da Voce Blu – blog di Letteratura Arte e Spettacolo)

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