Cosa possiamo imparare dallo sfratto di Don Mazzi

Milano
Cosa possiamo imparare dallo sfratto di Don Mazzi

Salvo sorprese dell’ultimo momento, nel 2022 la comunità Exodus dovrà lasciare il parco Lambro. La concessione non potrà essere rinnovata per una serie di violazioni del regolamento edilizio. Questo a quando si apprende dal suo fondatore, Don Mazzi. Per mettersi in regola, dalle parole del prelato, servirebbero o l’abbattimento di sei fabbricati o il pagamento di una sanatoria. In caso contrario, il destino è segnato. E questo ci deve far riflettere.

Prima considerazione, a differenza di quello che pare pensare Repubblica, non c’è nessun cieco asservimento alle norme burocratiche. Il fatto che non ci sia una differenza tra Don Mazzi ed un palazzinaro deriva da quel principio di democrazia, l’uguaglianza formale davanti alla legge, che distingue gli stati civili. La funzione sociale dell’immobile non può e non deve essere un discrimine. Quello che dobbiamo domandarci è, piuttosto, se Don Mazzi con grande saggezza, non abbia illuminato un problema molto più grande. Dice il sacerdote:

“Bagni separati – dice don Mazzi – distanziamento tra ospiti ed educatori, risparmio energetico, verde pubblico: per onorare le forme siamo a un passo dal sacrificare le persone e il diritto collettivo ad una vita dignitosa”.

Non è questione di forme. È questione di priorità. L’importante è tutelare le zanzare di parco Lambro, così come quelle di diecimila brughiere e pietraie dimenticate da Dio e dagli uomini. Che ci importa se salviamo qualche migliaio di ragazzi, consentiamo di espandere un insediamento umano o diamo corpo ai sogni di qualcuno. L’importante è non disturbare i toporagni. Non bisogna chiedere un’eccezione per Exodus. Bisogna chiedere un salvacondotto per chi vuole costruire senza distruggere. Certo, Exouds ha dei punti in più rispetto ad un resort. Ce lo spiega la dott.ssa Beatrice Bertini, esperta di sanità:

“Il recupero del tossicodipendente non ha bisogno di essere difeso: è evidente che sia vitale per la persona. Lo è però anche, a livello più profondo, per l’intera comunità. Viviamo in uno strano tempo in cui lottiamo per definire la droga una scelta personale, ma dedichiamo pochissime energie ad aiutare chi fa la scelta opposta: uscirne. Milano, come Rogoredo ci insegna, è ancora un buco nero per le dipendenze.

Perdere un pilastro come la comunità Exodus per veder crescere due margherite ed un’aiuola di gerani significa peggiorare la sicurezza, pregiudicare decine di vite e mettere a rischio l’area stessa. Un parco come il Lambro non può essere vuoto, perché il vuoto attira degrado ed insicurezza. Insomma, Exodus fa molto meglio all’ambiente, inteso come spazio condiviso tra uomini e natura, di quanto una radura vuota potrà mai fare”.

Chi scrive ignora se la soluzione al problema di Don Mazzi sia possibile. Di sicuro la colpa non è dei tecnici comunali che fanno rispettare la legge. La colpa è di chi tifa zanzare contro uomini, come se l’ambiente in città si potesse misurare in tane di nutrie salvate e alberi piantati compulsivamente, lasciati poi cadere per incuria alla prima tempesta. Se vogliamo leggere questa storia in termini di rapporto vittima carnefice, Don Mazzi è vittima di sicuro. Non dell’uguaglianza formale davanti alla legge, però. Ma di una concezione ambientalistica che non è amore per la natura, ma odio per l’uomo.

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