L’arrivo della pandemia virale ha concretizzato quanto annunciato dagli esperti, l’applicazione di massa dello smartwork. Come era facile attendersi, l’attuazione si è rilevata altra cosa rispetto al previsto. Si partiva dalla Lg. 81\17 che definiva il lavoro agile (o smartworking) come rapporto di lavoro subordinato senza vincoli orari o spaziali, organizzato per fasi, cicli e obiettivi, con dotazione di notebook, tablet e smartphone per attività da remoto, concordato tra dipendente e datore di lavoro tramite accordo individuale diretto firmato. Garantiva parità di trattamento economico e normativo rispetto ai colleghi e tutela in caso di infortuni e malattie professionali, come da circ. 48/17 Inail. Successivamente l’assenza dei vincoli orari e spaziali e la riorganizzazione per obiettivi che avrebbe annullato gran parte del management erano stati ignorati, Il primo DPCM del 23 febbraio imponeva l’adozione dello smart ad una serie di settori economici. I DPCM del primo e 9 marzo lo prevedevano come modalità applicabile dai datori anche senza accordi individuali. Quello dell’11 marzo (che introduceva la procedura semplificata per le comunicazioni di smartworking al Mise) premeva perché se ne attuasse il massimo utilizzo, concetto confermato dal DPCM del 26 aprile. Il DL del 17marzo, poi lg. 27\20, aggiungeva il diritto allo smart, anche ai dipendenti disabili o con un disabile in famiglia ed ai lavoratori del settore privato con ridotta capacità lavorativa. Il DL del 19 maggio lo garantiva anche ai dipendenti privati genitori di figli under 14. L’emergenza, che si chiudeva prima al 25 marzo poi il 4 maggio con l’inizio della fase 2, non aveva convinto le aziende a ricorrere in massa allo smart, le aveva obbligate. Era venuto meno l’accordo obbligatorio, unilaterale in stile bancario, tra azienda e lavoratore; il secondo poteva decidere da solo anche se in via straordinaria, di svolgere il servizio in remoto, vale a dire quasi sempre da casa, salvaguardando il posto di lavoro.
I consulenti del lavoro parlarono di sostanziale diritto del dipendente allo smartwork. Fin qui lo smart era sostanzialmente uno strumento sanitario a garanzia del lockdown casalingo per contenere l’emergenza. La soluzione all’esigenza di limitare la mobilità delle persone diventava obbligo in nome dell’art. 41 c.2 della Costituzione, che mette la sicurezza sopra ogni altra cosa e dell’art. 2087 a garanzia della salute dei prestatori di lavoro. Ovviamente secondo lo spirito permissivista digital, un obbligo senza pena e sanzioni per i datori inadempienti per i quali i tribunali, su istanze personali, avrebbero detto l’ultima parola variamente disomogeneamente. Fra febbraio e maggio, gli smartworkers sono cresciuti esponenzialmente. Ne avevano goduto a pezzi e bocconi, sperimentalmente e temporaneamente, meno di mezzo milione nel 2018 ed in 570mila nel 2019, ma dopo i primi decreti, secondo il MinLavoro, erano già 554.754; stavolta lavoravano da casa tutto il tempo. Poi i numeri sono andati oltre le previsioni dell’expresidente Inps, Boeri che aveva indicato nel 24% della forza lavoro, 6 milioni, il top dello smartworking. Preso piede nel 45% delle grandi imprese, nei tre quarti del pubblico impiego, sono diventati un milione, 4 milioni e con l’adesione del 97% delle imprese volenti e nolenti, una massa di 8 milioni calati poi di 2,7 milioni di lavoratori, rientrati a maggio.
Un grande esperimento sociale, una piccola grande rivoluzione dei panorami mentali e urbani. Prima lo smart era al massimo un progetto fantasmagorico alla Dick, da prendere con le molle e su cui non coinvolgere le risorse più redditizie. Il 58% delle blue chips avevano avviato progetti di smart di due giorni mensili (in crescita del 2% rispetto all’anno precedente quando il giorno mensile era uno). Nel 7% di imprese gruppi di lavoro del personale ne discutevano, nel 5% lo facevano brainingstorm di dirigenti. Poche ed eroiche le imprese, l’8%, che avevano il coraggio di dichiarare, ai sondaggisti volenterosi universitari inviati dai professori del Politecnico di Milano, che trattavasi di sciocchezza, mentre il 22% demandava il tutto ad un ottimistico futuro. Nelle Pmi, i progetti strutturati passavano dall’8% del 2018 al 12% nel 2019, i dibattiti dal 16% al 18%. Ora il contesto era quello di un film del catastrofismo dove l’umanità era destinata a morire. Sulle aziende, nel contesto del divieto di licenziamento, calava la minaccia concretissima di accusa di attentato alla salute dei dipendenti. Il virus venne riconosciuto causa di infortunio sul lavoro dall’Inail che cominciò a registrare e pagare per i primi casi.
Nell’idea da diluvio universale del crollo a doppia cifra del Pil, lo smart fu l’obbligatoria zattera che permetteva, in un modo o nell’altro, una continuità lavorativa su cui non stare tanto a puntualizzare. Chi poteva mandò i suoi, a due milioni, in cassa integrazione. Commercio, ristorazione, turismo, servizi, cultura, musei e intrattenimento, gran parte dei lavoratori autonomi si fermarono, ridotti all’enclave frustrante e stitica dell’e-commerce e di Instagram. I call center, solo inbound ed agenzie di lavoro interinale, cui le aziende avevano sempre negato inspiegabilmente lo smart (a parte nero e cantinari) entrarono e uscirono dallo smart obbligatorio tra febbraio e fine marzo con l’uscita dei codici Ateco dagli elenchi del decreto dell’11 e 22 marzo. Bloccati i servizi alla persona; drasticamente ridotti e scoraggiati, sostituiti da bancomat e tabaccai,i servizi di sportello bancari e postali. Immigrati, improvvisati guardiani, proteggevano i bancari dietro gli sportelli che saltavano dietro le porte a girello a cacciare i clienti, che avevano appena superato tortuosi percorsi da numero verde. Urlavano che c’era l’home banking divenuto contemporaneamente quasi inaccessibile per le complicazioni da strong authentication dell’accesso. Puttane, puttani e spacciatori si salvavano solo se avevano rapporti professionali consolidati con i clienti.
Chiunque veniva mandato a lavorare, era arrabbiato a prescindere, sospettosissimo di chiunque, possibile infettatore. Tra i più neri gli autisti di bus; martiri invece tutti i sanitari. Nullafacenti nella sostanza docenti ed insegnanti, tra cui, nella gran confusione, pochi volenterosi cercavano di applicare il tradizionalmente sfortunato elearning; ma tutti alla fine badavano alla sostanza delle carte virtuali di esami e promozioni puntualmente arrivati, non si sa bene come. Gli unici contenti, re della strada, re della foresta, apparivano gli stormi di vigili e poliziotti, a blocchi assembranti di 2, 3, 4 ed anche 5, cacciatori dei restii al blocco casalingo eddelle tonnellate di carta di autocertificazioni distribuite da chi scendeva dai treni.
Gli esperti rimasero sorpresi che lo smartwoking, da pratica eccezionale, stava diventando l’ordinarietà quasi senza colpo ferire. Nell’Italia del sempre rimproverato digital divide, nell’arretratezza digitale sempre ricordata, come faceva la massa dei nuovi lavori casalinghi a passare all’ambiente informatico? Eppure, lo facevano e facilmente, almeno all’apparenza. Eccitati, esperti e amministratori subito teorizzarono un nuovo paradigma del futuro, dove sei dipendenti su dieci sarebbero stati smartworkers, quello del Smart Working: mai più senza(le Visentini e Cazzarolli, Franco Angeli 2019) con risultati simili alla ricerca del 2020Smart working: work flexibiltywithoutconstraintdelle Angelici e Profeta della Bocconi, redatta sul campione di 310 lavoratori in smart per 4 giorni mensili (un esempio ampiamente superato dalla realtà). Tutti repetita juvant del report ‘08 di Cooke, di quello del ‘10 delle Mills e Täht e di quello del ‘11 delle Begall e Mills.
Lo smart come bene assoluto, paradiso in terra, che fa fare più figli e dona loro più attenzioni, diminuisce i conflitti familiari, bilancia lavoro e famiglia, rende gli uomini più casalinghi, parifica salari e stipendi tra uomini e donne, aumenta l’occupazione femminile, abbatte l’assenteismo, riduce i costi delle imprese che risparmiano in rimborsi, trasferte e pasti, rende gli spazi ufficio più collaborativi ed economici,aumenta la produttività, migliora la qualità della vita, la salute ed il benessere personale, piace ai lavoratori, sia neofiti che già pratici, seleziona il merito tra i bravi responsabili del personale ed i manager che controllano la presenza fisica dei dipendenti. Lo smart della botte piena e moglie ubriaca promuove Fiducia, responsabilità, collaborazione, obiettivi, libertà. Tutte ricerche che senza cambio di passo e di percorso in più di 10 anni assomigliano più a pubblicità che ad accademia, con temi evidentemente parafemministici di maniera, redatti, guarda caso quasi sempre da donne.
Mentre il governo faceva guardia ai pericoli per la salute, così l’accademia gli dava una mano, confermando la bontà di un diritto inaspettato nato per problemi contingenti ma destinato a rimanere nel tessuto sociale D’altronde più che al lavoro si pensava ai rimborsi ed all’infinito numero di rimborsi. Chi di lavoro attivo e passivo aveva bisogno, stringeva i denti sia da casa che dall’ufficio. (continua).

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca. Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021.