L’odiato Pellicani

Politica RomaPost

Luis Sergio Germani, direttore dell’Istituto Gino Germani ha pubblicato su Mondoperaio di maggio un articolo dedicato a Luciano Pellicani, scomparso l’11 aprile, incentrandolo sull’analisi del totalitarismo. Il sociologo pugliese aveva diretto la rivisita socialista a due riprese, dal 1985 al 1998, poi dal 2000 al 2008; nel contempo era stato per molti anni  presidente dell’Istituto Germani. Così ricordato da amici, Pellicani ha potuto godere della piena condivisione delle sue tesi che per esempio nel suo Lenin e Hitler. I due volti del totalitarismo equiparava totalmente nazismo e comunismo. Il testo del 2009, anticipava di un decennio il pronunciamento analogo dell’europarlamento dell’anno scorso. L’apprezzamento di Germani, formatosi negli States e noto sovietologo e russologo, è rimasto però quello di un piccolo gruppo, circondato dalle proteste italiane generali sia dell’accademia che nel popolo della sinistra, ferme all’idea omnicomprensiva di antifascismo che inglobando i comunisti li ha sempre preservati da ogni critica strutturale. Il Pellicani candidato a sinistra ed oratore dello Sdi, una delle tante formazioni postsocialiste, venne così sonoramente fischiato nel 2002 da una selva di girotondini e di sempiterni giustizialisti ad una manifestazione dell’Ulivo. Infamanti, i contestatori lo consideravano un cripto fascista e dal loro punto di vista non avevano nemmeno torto.

Nel ’75 aveva massacrato I rivoluzionari di professione, attribuendo ai marxisti natura di superstizione intollerante, barbarica, moderna gnosi. Il suo testo era molto più devastante di quelli di Alvaro che aveva scritto in un periodo fascistissimo. Pellicani invece coraggiosamente si pronunciava durante l’apogeo dell’intellettualismo sinistro. Come avrebbe potuto non restare isolato a sinistra? Semplicemente aveva molto poco a condividere con l’interpretazione italiana di cosa sia la sinistra. Né vale andare in cerca di parenti nobili (Bissolati, Bernstein, Settembrini, Turati, i Rosselli), tutti lontani nel tempo e nello spazio, tutti espulsi, condannati, travisati e oggetto di comode speculazioni. Nell’88 aveva plaudito ai liberi comuni, alle città marinare allo sviluppo del mercato uscito con i diritti di proprietà e la contrattazione dalle strutture feudali, trovando una primogenitura italiana nella La genesi del capitalismo e le origini della modernità. L’idea non solo svalutata l’impostazione economicista marxista riprendendo la dinamica sociale paretiana

ma valorizzava un sistema sociale odiato a sinistra, da lui invece considerato motore di progresso economico, civile, sociale, tanto più che ne vedeva l’avviamento in terre cattoliche con buona pace di Weber .

Con ciò l’uomo di Ruvo di Puglia si era guadagnato un giusto piedistallo che l’avrebbe dovuto a buon diritto fare entrare nella didattica scolastica di ogni genere, come gli veniva riconosciuto negli States. Nella realtà ai comunisti, ai socialisti ed perfino ai socialdemocratici dei ’70, ed eredi, le sue affermazioni restavano estranee. La sua enorme cultura, dalla storia alla sociologia, dalla filosofia all’antropologia che sapeva comunicare con una oratoria brillante parvero adatte alla polemica che vide contrapposti craxiani a berlingueriani; un corpo a corpo che verteva in fondo sulla fine della subalternità socialista, iniziata già nell’anteguerra fin dal Nenni dell’esilio. Pellicani, con il Vangelo socialista,  il saggio su Proudhon del ’78, diede a Craxi una piattaforma ideologica, utile anche al programma politico presidenzialista; gli diede il modo di mettere sotto i comunisti sul piano delle idee e degli ideali, per la prima volta da tempi di Serrati.  I socialisti, all’alba di un periodo vittorie partitiche, ne furono felici e non badarono troppo, al di là degli slogan, all’annullamento dei loro contenuti frontisti tradizionali.

L’esegeta del socialista Kerenskji nel centenario dell’Ottobre ’17, il filonuclearista, il non giustizialista condivise con il leader Psi un percorso secondo i canoni italiani più da liberale che da uomo di sinistra. Eclissatasi l’epopea delle vittorie tattiche, nella disfatta, il popolo socialista si accorse di aver assimilato ben poco dall’autore di Cattivi maestri della Sinistra. Gramsci, Togliatti, Lukàcs, Sartre e Marcuse, Introduzione a Marx, Che cos’è il leninismo, tutti testi pericolosamente vicini ai temi delle destre. Restavano i nostalgici socialisti, affezionati agli eventi, alle persone, agli ambienti; ma non potevano garantirgli apparizioni televisive nemmeno in tempi di talk affollatissimi. Il Pellicani che a testa bassa proseguiva sulla sua istruttoria sempre più pesante sugli ispiratori della sinistra italiana, era destinato all’isolamento ed all’ abbandono anche della sua università, la Luiss, che non gli aveva più prolungato il contratto accademico di sociologia politica e di antropologia culturale. Poco o mai citato, intervistato o invitato a convegni se non quelli di organizzatori di destra, quasi ignorato anche nella morte, nell’impedimento dei funerali per i motivi noti, Pellicani ha ricevuto ipocriti attestati di rito; la curiosità strafottente per la figura, evidentemente molto limitante, del profeta craxiano. Cosa infatti è rimasto oggi di Pellicani, De Felice, Mangione, Saragat nella società italiana? Impermeabile alla desovietizzazione avviata in Francia dalla sinistra fra ’70 ed ’80, il panorama delle farfalle sinistre nello stomaco italiano restano avvilentemente anticapitaliste, terzomondiste, frontiste, irrazionalmente ciompiste anche di fronte alle realtà realizzate. La sinistra nel mondo può accogliere Pellicani, come Craxi; quella italiana, no. Il sociologo pugliese pagò caro la sua permanenza cocciuta in un campo che non lo voleva, non lo stimava e anzi l’odiava, proprio perché aveva ragione.

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