Craxi, sarà riabilitato a destra

Politica RomaPost

Gennaio, la ricorrenza della scomparsa di Craxi. Le agenzie di viaggio, il volo in Tunisia, annotazioni di dichiarazioni, di articoli da parte di chi non ti aspetti. Le abituali insistenze di pochi e di familiari, per l’obiettivo massimo preteso dai fautori, che si traduce, in fondo, in ben poca cosa, in una targa su una piazza, in una strada, la riconquista dignità affidata alla toponomastica. Gli altri imbarazzati, respingono le istanze, pur in un manifesto dispiacere. I nemici acerrimi di un tempo ed altri più sfumati,  si sono come opacizzati sullo sfondo; ci sono ancora ma trasformati in altro. Non c’è più tanta acrimonia, solo il desiderio di non essere coinvolti e riportati ad una vicenda passata che comunque li ha mandati assolti.

Vent’anni dopo, i fautori, in larga parte compagni di strada dell’ex segretario socialista, sono sempre di meno, sempre più invecchiati. Redigono bei volumi, di indubbio valore storico, su quella stagione, utilissimi a chi vorrà studiarla. Ad alcuni, dopo lungo ostracismo, vengono negate sempre meno le comparsate nei talk Tv. Non devono sempre solo difendere il passato, possono anche ritornare sull’epopea socialista degli anni ’80, sul refrain del duello a sinistra, del massimalismo, del riformismo e del comunismo, partendo dalle radici turatiane e prampoliane. L’effetto è quello di una favola raccontata ai nipoti attorno al fuoco, una favola bella che ancora non è ben chiaro chi  illuda.

Film, nati dalla Fondazione familiare, ce ne sono stati parecchi, ed anche libri. Nel ventesimo della ricorrenza c’è però di più. C’è un libro di un giornalista importante e furbo, capace di stare da una parte e dall’altra della barricata; un libro dal titolo ammiccante, Presunto colpevole, che fa il verso ad un famoso giallo di vent’anni fa. C’è un film di un regista famoso negli ’80 e nei ’90, premiato nei più importanti festival che porta in scena i giorni passati da Bettino nell’esilio tunisino. Un film importante perché recitato dal circo dei maggiori attori di regime che sono interpreti di verità, dopo aver portato in scena i mafiosi, i brigatisti, i giudici. Anche la Rai di Stato si produce in un dossier che ripercorrendo l’ascesa e la caduta craxiani li fa commentare dalle voci amiche, da quelle ammiccanti, dalle giudicanti quasi dispiaciute.

Tanto basta perché si parli di riabilitazione. La sinistra italiana, dopo aver votato in Europa la condanna comune tra comunismo e nazismo, cerca di sfilarsi dall’argomento, lasciando solo un vecchio Fassino a reinterpretare la bavetta di Forlani di fronte alle vecchie accuse per i soldi presi dal Pci che fu. Come rileva qualcuno, l’Italia che non riabilita è ben salda e si fa sentire nei giornali ed in Tv. L’Italia che da tempo ha riabilitato, anzi mai condannato, è aumentata di numero. In fondo l’odio per Craxi passò, ben aumentato, in carica a Berlusconi. Ora che quest’ultimo non è protagonista, invecchiato, con un partito debole, a dieci anni dal suo ultimo governo, gli aculei più lunghi si sono smussati e ritirati. L’odio per Silvio è scemato e con quello anche l’astio per Bettino. D’altronde lo sfregio della condanna, alla latitanza ed ai servizi sociali c’è stata per ambedue. Chi odiava ha avuto il suo scalpo.

Nella sua parabola Berlusconi si prese tra gli altri i corpi intermedi dell’ultimo centrosinistra su una prospettiva più liberale per fondare il centrodestra che chiaramente di destra aveva inizialmente le alleanze. In vent’anni però anche il nocciolo del Caf divenne destra. Invece Craxi restò, in esilio, ancora condannato nel ’99, bloccato come in un fermo immagine, leader di sinistra senza una sinistra a seguirlo, anzi. E’ tutt’oggi la sinistra che lo schifa. Per Craxi c’è un peso in più. E’ come un Mazzini, che morì sia pure in patria come in esilio, i cui resti fossero prigionieri degli austriaci. O un Garibaldi nei sepolcri borbonici.

E’ facile ripercorrere i temi che danno a Craxi da destra comprensione e rispetto, divenuti nel tempo  rivisitazione e interesse, elogio e distinguo positivi. Innanzitutto  l’impulso alla modernizzazione fattiva ed alle capacità dei meritevoli. Fattori che si interfacciavano ad un certo nordismo negli anni dello scontro continuo con l’intellettuale della Magna Grecia, leader Dc. La denuncia della carta costituzionale come strumento di ritardo e di ingolfamento politici e l’obiettivo posto chiaramente del Presidenzialismo, della semplificazione di Parlamento e degli strumenti legislativi, burocratici ed elettorali, come la pratica sempre perseguita di governabilità e decisionabilità. La ricerca nella storia anche antica del partito socialista, il più vecchio d’Italia, per trovare gli elementi che in tre congressi gli fecero togliere dai simboli e dalle liturgie gli stilemi della cesura storica del ’21.

Era l’anticomunismo di chi difendeva la libertà, ma non solo. Era l’anticomunismo opposizione ad una fazione venuta da un altro paese e morta con il suo regime mentore. Era anche la rivendicazione della continuità del percorso popolare italiano, fondata sull’indipendenza risorgimentale, opacizzata dal dopoguerra e dalla Guerra fredda. Per questo a Craxi era facile guardare ad una ricomposizione delle fazioni che nate nel socialismo erano divenute ben altro. Per modernizzare, per decidere senza frammentare, per ridare indipendenza all’Italia ed all’Europa, per escludere l’estremismo autolesionista, ci voleva un’altra sua convinzione, il primato della politica su economia, giustizia e burocrazia, che è l’elemento più condiviso con la destra.

Nel percorso da leader della componente più debole del suo partito a premier e statista internazionale, queste cose vennero fuori, un po’ dalla teoria, molto più dalla prassi. Nel confronto con il partito Craxi le impose un poco alla volta offrendo i tanti posti di potere ottenuti che dovevano farle ingoiare. Il partito di Craxi era però impostato sul modello Pertini, con una mentalità frontista, sulla celebrazione di antifascismo e Resistenza e spesso se non condivideva le vignette alla Forattini, rimaneva spaesato. Craxi invece aveva ereditato la simpatia umana che Nenni sentiva per Mussolini. Per svellere il frontismo, Craxi doveva con grande sforzo portare i suoi su teatri culturali ritardatari, quali massimalismo e riformismo, Pascoli, Olivetti e De Amicis. Non si pensi però che la scelta di mercato non fosse già un dato di fatto dal piano Marshall. Negli ultimi anni di Bettino ancora combattente, il problema era come trascinare il vecchio dibattito su quello nuovo del contrasto tra economia pubblica  e privata mentre quest’ultima lanciava campagne alzo zero sulla mala gestione pubblica che faceva il paio con i processi alla corruzione. L’operazione di ritorcere le campagne di Craxi contro di lui, l’anticomunismo contro le imprese pubbliche, ebbe successo. Ed indebolì ulteriormente l’indipendenza nazionale.

Craxi piace alla destra anche per le sue campagne proibizioniste contro le droghe che lo identificava come persona discernente tra diritti positivi e negativi. Ed ovviamente dopo trent’anni di processi a cronometro contro i vari e tanti nemici politici della sinistra, la stessa damnatio di sentenze che si fulminò sul capo del leader socialista, ne fanno il primo eroe. Anche questo dato, come l’aver consciamente o inconsciamente dato il via al rinascente nazionalismo ed a leghismo, rende più difficile la riabilitazione politica. Perché potrebbe essere solo quella di un leader anticomunista e della destra, intesa in senso lato, come quella dei giorni nostri. A complicare le cose gli ultimi ex seguaci storti e contorti, sopravvissuti da mostri ad una apocalisse politica, si presentano alla testa delle coalizioni degli ex comunisti o offrono i numeri per l’ultimo partitino degli eredi di De Mita.

Quando ci sarà chiarificazione tra la storia di Craxi ed il suo partito, della sua storia con la politica e la giustizia, solo dopo si arriverà alla comprensione tra Craxi e l’Italia. Sarà facile perché molte persone, giornali ed istituti saranno spariti, sepolti dalla sabbia del tempo. Sarà dura che tutto ciò trovi spazio nella narrazione digitale. Anche questa, dovendone parlare ne farebbe un leader protezionista, avversario della globalizzazione economica senza limiti. Uno di destra.

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