CLARITUDO Luce e trasparenza Basilica di San Celso

Cultura e spettacolo

CLARITUDO – Luce e trasparenza – Basilica di San Celso – Corso Italia 41 – Ingresso libero dal martedì al venerdì 15.00 – 19.00  sabato e domenica 10.00 – 19.00

Claritudo, luminosità trasparente è il concetto guida della rassegna. Luce di conoscenza, di sapienza, luce spirituale, che trova nell’arte un veicolo di trasmissione. La mostra è stata concepita appositamente per il luogo, uno dei più importanti della cristianità milanese, la cui fondazione si situa nell’VIII secolo d.C.. L’attuale facciata è stata arretrata rispetto all’originaria, durante la ricostruzione della stessa da parte di Luigi Canonica, noto architetto svizzero, esponente del Neoclassicismo. Facciata che presenta alcuni elementi originari. San Celso è una basilica romanica ad andamento longitudinale, a tre navate in rapporto 1:2, senza transetto, con abside unica semicircolare, alla base del semicatino da un fregio continuo ad archetti, in cui le opere dei 5 artisti si pongono in dialogo con lo spazio di fede.

Ciò che non so è il titolo del piccolo libro di Maria Lai (1919-2013) del 1984. Si situa tre anni dopo Legarsi alla montagna, un’opera fondante per la storia dell’arte contemporanea, che mette in crisi qualsiasi forma di retorica, operando sul concetto di trasformazione, attraverso la ritualità collettiva. Il suo libro ricamato, con i fili che diventano  materia tattile, segno e colore, è un atto di umiltà, è la consapevolezza di non sapere, un’antidichiarazione.

Di Antonio Trotta (1937) è il grande libro Filosofia, con il titolo scritto in caratteri greci, di marmo bardiglio imperiale. È un libro che non si apre e che è opera stessa. Per lo scultore la materia è un problema di luce. Qui il riferimento è alla cultura, alla grecità di cui un uomo del sud Italia come Trotta è figlio. L’artista ama citare un pensiero di Heidegger “che l’Arte instaura il luogo”, il luogo d’origine della nostra cultura, l’acropoli. Qui la conoscenza si pone in serrato dialogo con il luogo sacro, quello dedicato al divino.

Il mutamento, l”in fieri”, condizione imprescindibile della vita, è momento fondante della ricerca di Elisabeth Scherffig (1949). Sull’altare sono poste due sue sculture. Una è il calco della sua testa coperto d’oro. È il pieno in contrapposizione al vuoto della leggera e trasparente testa di organza di seta e porcellana, ricavata da un calco della sua testa. Sul cranio è la mappatura sommaria dei vasi sanguigni, dove passano la linfa vitale, il pensiero, che costituisce l’unicità dell’essere umano. È un modo di metterne a nudo la processualità, di palesarlo nei suoi meccanismi. Un sampietrino d’oro posto su una base di ardesia rimanda alla Pietra filosofale, oggetto alchemico, che nella tradizione è dotata di poteri straordinari, è atto a fornire un elisir di lunga vita, fare acquisire l’onniscenza e trasformare i metalli vili in oro, simbolo della gloria terrena e celeste.

Solo di Jacopo Mazzonelli (1983) è un’opera sull’uomo. Il suono di un violoncello, nel suo registro acuto, che si approssima al violino, sembra un pianto. Attraverso la musica, l’essere umano riesce a giungere ad atmosfere altre, con un processo di trasformazione teso a superare i nostri limiti. Doors, porte, indica l’accesso a nuove dimensioni, anche spirituali. La porta non è soltanto un elemento di separazione, quanto la parte portante di un processo, che ha a che fare con la natura spirituale e misterica dell’esistenza.

Come in Maria Lai così in Satoshi Hirose (1963) è la sacralità del quotidiano nell’opera Star Dust (2000), lunga nove metri, che pende dal soffitto e si piega a terra: una sottile stele fatta di pasta, di stelline blu. Sul pavimento di cotto della chiesa ancora stelline del colore del cielo, un colore che richiama il lapislazzulo della pittura medioevale e rinascimentale. La pasta nelle sue molteplici forme lo affascina, lo cattura nella sua complessità semplice. Hirose opera una trasformazione linguistica dei materiali. Una pietra di fiume dipinta con i colori dell’acqua è posta nel fonte battesimale. È l’evocazione della sua origine, la memoria della materia. Una sfera di vetro trasparente è posta in una nicchia con un affresco romanico. L’artista giapponese ama sottolineare certe vicinanze tra la sua cultura orientale e quella occidentale che lo ha adottato, è la sua la volontà di trovare una matrice comune di natura esistenziale che, di volta in volta,  si adatta ai diversi momenti, ai differenti frangenti in cui ci troviamo ad agire.

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