Racconto di Natale 1952: Il cesto

Cultura e spettacolo

La vecchia Milano ritorna in una casa di ringhiera, quando la condivisione era spontanea e generosa. Siamo a Natale nel 1952.

Avevo imparato a guardare e ad ascoltare la gente perché, in quell’isola di casa di via Borsieri, ci abitavano delle persone molto speciali.

Così mi sembrava, allora, da bambina, perché un filo di umanità e di disponibilità rendeva solidale ogni gesto, ogni pensiero. Era una casa di ringhiera, come tante altre, a Milano: le porte sempre aperte, il ballatoio con qualche fiore, tanto per creare colore e un cane rosso di nome Tom, giù nel cortile.

Ci si conosceva un po’ tutti, quasi fosse una sola famiglia. Non importa che la casa fosse invecchiata in silenziosa rovina da anni, che i piatti di casa fossero un po’ sbrecciati, che le sedie facessero degli scricchiolii un po’ sinistri, allora la sostanza del vivere era volersi bene.

C’era anche il piacere del gesto per esprimere l’affetto. Negli anni 50, ogni famiglia conosceva, forzatamente, l’arte del risparmio.

Era buona abitudine andare a fare la spesa dagli stessi negozianti, con la tessera su cui veniva annotato il totale speso. La tessera veniva saldata a fine mese quando papà prendeva lo stipendio. Si poteva, in quell’ occasione, decidere di lasciare, per esempio al salumiere, un tot di denaro destinato al “cesto” di Natale. Un anticipo, insomma, per disporre nelle feste natalizie di un “cesto” ricco e abbondante.

Il Natale si insinuava nelle vite di tutti noi con largo anticipo. La frenesia dei preparativi, degli addobbi, delle luci, si ripeteva uguale, anche se diversa, ogni anno. Il ballatoio diventava un palcoscenico involontario dove la rappresentazione di tragedie o commedie, di dolori o gioie erano semplicemente la rappresentazione della vita e mai teatro fu più naturale e vero.

Ci si chiamava per nome e, curiosamente, molte donne si chiamavano “Maria”. Allora di diceva “Maria del Gino, Maria del Renzo, Maria del Carlo ecc”. E nel chiarire il nome del padre c’era anche un chilo di affetto e di amicizia.

El ranatt (il venditore di rane) lasciava i sacchetti di rane ancora vive, accanto alle porte. Le donne, quasi avessero un appuntamento, sedute su uno sgabello, davanti alla porta di casa, chiacchierando del più e del meno, tagliavano con un colpo deciso, senza esitazioni, la testa delle rane. Le rane non volevano morire e, disperatamente, si dibattevano per qualche minuto ancora. Io non ho mai mangiato quelle rane.

Per gli addobbi dell’albero si usavano oggetti quotidiani: i bigodini avvolti nella carta stagnola, i mandarini, le “gallette” con la barbetta di cotone idrofilo e il cappellino di panno lenci e le stelle di varie grandezze ritagliate dal cartone delle scatole da scarpe e dipinte con vari colori.

Mia madre faceva le frittelle di mele con le uvette, con lo stampino a forma di farfalla, per tutti i bambini della casa. Le frittelle erano cosparse di zucchero a velo ed era tale l’avidità, che le mani, il naso, la bocca a volte anche le guance sapevano di zucchero.

E poi c’era il rito dei ravioli. Tutte le famiglie erano coinvolte.

Un intera giornata di lavoro per fare 400 ravioli che, a sera, finalmente, riposavano su un telo disposto sul letto, per seccare.

Sì, era caldo e dolce il Natale, allora. Nell’abbaino viveva Luisa, una vecchietta tutta sola, di età indefinibile, con difficoltà a camminare. Viveva di riflesso: l’eco delle nostre voci le teneva compagnia, la sua voce era inesistente, così era come se le parole, per lei, ormai, non fossero più necessarie. A volte era stata sgarbata e non era stata capita.

Era la vigilia di Natale del 1952.

Inaspettatamente mi chiamò “Elisa” con una voce roca e vibrante. Entrai nella stanza e mi sembrò di violare qualcosa di indefinibile, di segreto. Il buio era quasi totale. Da una lampadina appoggiata su una cassetta di legno, una luce fioca a malapena disegnava una stufa, tanti giornali accatastati e una poltrona. Non vedevo i suoi lineamenti: la immaginai sorridente con gli occhi abbassati a guardarsi le mani raccolte sul grembo. “Augura il buon Natale a tutti” “Va bene. Anche a te, Buon Natale”. Capii che la sua mano cercava la mia. Avvicinò le mie dita alle labbra per un bacio, quasi fossero petali di un fiore. Quel bacio fu la sua richiesta d’aiuto.

Raccontai tutto alla mamma. Si decise che metà del “cesto”, ma no, tutto il “cesto”, quel “cesto” accumulato con fatica e sacrificio, fosse, in quel Natale del 1952, tutto per Luisa.

Nene Ferrandi (Racconti di Natale)

1 thought on “Racconto di Natale 1952: Il cesto

  1. Bello il racconto, come sempre quelli di Nene. Credo che lo apprezzino ancor di più coloro che hanno hanno avuto modo di ascoltare di persona quelle situazioni ricche di umanità, di altruismo, di comprensione da parte di qualcuno che le aveva vissute. E’ successo anche a me, bambino, “fortunatamente” dico, perchè erano occasioni di commozioni tanto tenere che non ho più avuto modo di rivivere.

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