La fame di 20 mila minori in una Milano proiettata verso l’internazionalizzazione

Milano

Milano squaderna nei vicoli di periferia, nei centri assistenziali, negli occhi della rinuncia, la sua dimensione impresentabile per chi vuole una città internazionale, brillante di iniziative culturali ed artistiche.  Nel silenzio e in una rassegnazione muta, i poveri sopravvivono e sono l’altra Milano che non compare negli slogan, nei biglietti descrittivi di Sala. Perché non sono belli, non sono rappresentativi, non magnificano una città. Ma i minori che hanno fame a Milano sono 20 mila, inconsapevoli e piccole vittime di un welfare inefficace, con un’esistenza limitata dal bisogno, con un orizzonte in cui anche il sogno ha un costo.- Sono i bambini ad esempio che in mensa mangiano quattro piatti di pastasciutta, che vestono con vestiti usati, che portano a casa un tesoretto di cibo avanzato a scuola. La povertà di non possedere quanto basta per non sentire i crampi della fame ha suggerito a Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo il progetto “Qu.bì, quanto basta, la ricetta contro la povertà infantile”. “E’ un progetto – dice – dedicato a circa 20.000 bambini che a Milano non hanno un’alimentazione sufficiente, in pratica “fanno la fame”, nel senso che realmente non mangiano abbastanza. Abbiamo voluto usare termini positivi per affrontare questo problema perché anche il linguaggio nella comunicazione ha un senso, non volevamo sottolineare la tragedia, anche se di tragedia si tratta. Abbiamo stimato che serviranno 25 milioni di euro: 12 milioni di euro li ha messi subito a disposizione Fondazione Cariplo, 5 milioni Fondazione Vismara, 3 milioni Intesa San Paolo, 300.000 euro Fondazione Fiera. Ora dovremo raccogliere altri 4,7 milioni di euro con l’apporto di aziende e di persone comuni: il progetto ha programmazione triennale. Lo abbiamo fatto perché riteniamo che occorra attivare la sensibilità di tutti, provvedere da soli non avrebbe avuto senso, questo è un problema di cui deve farsi carico l’intera città, chi la vive e chi ne trae ricchezza.” Alla domanda “Quali sono a suo parere le modalità attraverso le quali offrire a queste famiglie la possibilità di uscire dal bisogno oltre che attraverso un’erogazione diretta di risorse? Come passare da una ridistribuzione delle risorse a una ridistribuzione delle opportunità?  risponde “Conoscendo il problema nei particolari, con minuziosità, si può offrire un intervento mirato a ciascuna famiglia. Sapere che il capo famiglia è disoccupato, o ha problemi di alcolismo, per fare degli esempi, è fondamentale. Solo così potremo attivare, grazie alle organizzazioni di volontariato che operano con noi, azioni utili per combattere il problema. Le risorse economiche sono importantissime, ma è l’approccio con cui si affrontano le situazioni che è fondamentale se si vuole davvero provare a far cambiare le cose.” Sottolinea l’importanza del contributo della comunità e  una vera soluzione programmatica della politica, soprattutto locale.

“L’obiettivo è proprio quello di far sì che chiunque possa donare anche uno o pochi euro: il valore di questa azione è molto più che simbolico, significherà che la comunità milanese ha preso coscienza e si è attivata, ed è un obiettivo molto importante del progetto. I milanesi da sempre sono generosi, occorre però concentrare le energie e le risorse in un’unica direzione. Io ci credo.”(l’intervista è stata rilasciata ad Arcipelago)

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