Milano non è “storica” solo in Galleria, lo è anche nelle sue case popolari

Milano

Milano è la storia dell’evoluzione umana, del suo ingegno, delle conquiste tecnologiche ed artistiche. Facile ricorrere alla parola “storico” di fronte all’imponente bellezza di un edificio o di un monumento, facile individuare il teatro o il negozio che raccontano una storia di emancipazione, ma le case popolari rappresentano quella memoria umana sottaciuta che è altrettanto storica. Ma non viene né curata, né ristrutturata quasi fosse un’appendice di nessun valore. Oggi il Comune è teso a riordinare con un bando ad hoc i locali della prestigiosissima Galleria. E non discuto sui prezzi astronomici, mi limito a pensare che siano tali per la legge di mercato, per quello specifico di “storico” per cui secondo il consiglio di Stato i due ristoranti “Il Salotto” e “La Locanda del Gatto Rosso” “non hanno acquisito una notorietà e un’indiscussa rilevanza nazionale ed internazionale per concorrere al prestigio della Galleria». I motivi? “Hanno svolto meno di 5o anni di attività in Galleria e hanno nel tempo modificato arredi, insegna e destinazione d’uso.” Il Comune ha già deciso le linee guida per un successivo bando, ma i due locali non possono essere considerati storici.

Diversa è la prospettiva che tanto piacerà alla mania di grandezza di Sala nella parte storica della città. Scrive il Corriere “Ecco i cantieri extralusso: in arrivo 7 hotel, dall’ex ufficio elettorale di Porta Romana al palazzo abbandonato di via Brera davanti alla Pinacoteca; dall’ex seminario di corso Venezia alla torre Galfa, al W Hotel in piazzetta Bossi: sono sette i maxi-cantieri di hotel tra centro e periferia. Immobili storici e altri in disuso da anni convertiti in alberghi di lusso con spa, palestre e ristoranti” E’ una rivalutazione del territorio e dei suoi palazzi storici che affascina, ma si ferma sempre lì. Prima delle periferie. Eppure quegli agglomerati di casa anonimi, senza un coordinamento preventivo, senza una organizzazione pensata, nascono da una necessità dell’uomo e del suo lavoro. Hanno digerito fatica e speranza, guardando all’utilità più che alla bellezza, alla quantità più che alla qualità. E i servizi in casa, il riscaldamento, quell’edera che si arrampicava era ano la gioia del tempo. Raccontano, quelle case, la povertà e la rinascita, l’aspirazione e il riscatto. Non hanno “una notorietà e un’indiscussa rilevanza nazionale ed internazionale”, ma chi vorrà leggere l’evoluzione dei valori, la condivisione, la migrazione dal Sud al Nord, dovrà rivalutare la “storicità” delle case popolari e iniziare un’opera di salvaguardia.

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