Parla una clochard “Portatemi in carcere, stasera potrò avere un pasto caldo e farmi la doccia”

Milano

E’ scossa, agitata nei jeans informi e una felpa, davanti al giudice, in un processo per direttissima, a Milano. La donna, piegata su se stessa, con la rassegnazione dei vinti, non sa coordinare un pensiero, fatica a capire, la miseria della sua vita non ha un ordine. La miseria non giustifica la fame, i desideri, ma è solo inguaribile tristezza. La miseria è l’abisso di chi non crede sia possibile, di chi ha voluto dimenticare, di chi non sa più chiedere. Ma la vita, la pancia e quella fame viscerale hanno, in un momento di rabbia, il sopravvento e nel ricordo di altri tempi di gratificazione compie un gesto violento. La 41enne clochard risponde con insulti e un morso al poliziotto e risponde “non posso  spostarmi da quella strada, proprio lì, davanti al palazzo dove dormo, dove ho creato un nuovo angolo di sopravvivenza.” Il giudice deve sanzionare la violenza ad un pubblico ufficiale, invita al rigore. La clochard squaderna un’esistenza disagiata dal giugno scorso dopo essere stata cacciata da casa perché denunciata dalla madre per maltrattamenti “Mangio solo tre volte alla settimana quando cioè prendo il pacco della Caritas. Contiene tre scatolette di tonno, una di carne, un litro di latte e quattro pacchetti di cracker. Niente pastasciutta da mesi”. Aggiunge che nei cassonetti dei rifiuti si trova ben poco, che fa uso sporadico di cocaina: il ritratto di una disperata solitudine. Ma la fame, il rimpianto di un piatto “normale” colgono l’opportunità nel paradosso “Portatemi in carcere a San Vittore, almeno stasera potrò avere un pasto caldo e farmi la doccia”. La povertà premiata con una cella? Forse è l’aberrazione di una miseria senza apparente scampo, ma la clochard in quella decisione ha sentito il calore della protezione.

Madre Teresa di Calcutta diceva “Se un povero ti chiede un pezzo di pane sii pronto a donarglielo, ma poi permettigli di guadagnarselo” E porre una società nelle condizioni di lavorare e guagnare il pane senza regali a intermittenza, è compito dello Stato.

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