Gli intellettuali col broncio minimizzano: per loro chi ha votato Si è un bifolco

Economia e Politica

Il 38% lombardo sarebbe un flop e il loro simbolo è il sindaco di Milano Sala che diserta la consultazione, parla d’altro e chiede alla città di rallentare…

Milano 26 Ottobre – Chi sono gli sconfitti? Le élite sociali e la crème sedicente intellettuale. Specie quest’ultima. Essa, dopo l’esito del referendum di domenica in Veneto e Lombardia, è piuttosto una crème brulée: bruciata dalla realtà, anzi carbonizzata nelle sue presunzioni ridicole. I suoi esponenti erano sicuri che il vento della storia gonfiasse le loro convinzioni globaliste e cosmopolite, e che fuori dai loro radar snob esistesse solo paglia umana secca, da inforcare e mettere in cascina per usi vili: il famoso popolo bue, da aggiogare al loro aratro, uso ad obbedire e a rifornire lorsignorini di reddito.

Chi ha la fortuna di non bazzicare i loro ambienti, può scorgerne il musetto scontento nei talk show o riconoscerne sui giornaloni la loro prosa alterata dall’insuccesso. Minimizzano, dribblano, bucano il pallone. Sostengono che il 38 e rotti per cento in Lombardia è poca roba, e che il Veneto col suo quasi 60 è una regione di matti, guidata da un provocatore come Zaia. Sono irritati dal successo di un plebiscito, anche la parola medesima, ricordando la plebe e i calli, fa loro un po’ senso.

Con tutto il rispetto che merita, in questo giochetto fighetto è caduto Beppe Sala, il sindaco di Milano. In un’intervista al Corriere, posta in prima pagina per far vedere la differenza tra i rozzi autonomisti e il raffìnato esponente della upper class, Sala propone il suo giudizio sulle urgenze dell’universo cosi: «Da Milano deve partire la rivoluzione del rallentamento». Prego rileggere. Ehi, domenica tre milioni di persone della tua Regione hanno votato per un’altra rivoluzione o mi sbaglio? Qualcuno ricorda di aver votato al referendum di Sala sul rallentamento? In quella f aletta d’esordio c’è tutto un mondo di superiorità che non si capisce dove poggi: sulle marmitte catalitiche? Che razza di snobismo a sopracciglio ironico verso il popolaccio vediamo qui in esibizione plastica. Alla volontà autonomista caratterizzata da una certa urgenza, lui fa un’opposizione esistenziale: lentezza, flanella, astensione, bicicletta nelle corsie apposite. Il sindaco di Milano non è andato a votare perché aveva un impegno a Parigi, e del resto cosa c’entra la sua metropoli con la Lombardia? Non parteciperà alla delegazione di Maroni in trattativa con il governo, mica è il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, un provinciale. Spiega: «Ho già molto da fare di mio. L’astensionismo lo trovo significativo e un po’ lo capisco». Io no, chi vuol bene al proprio popolo, e sente di appartenervi, no.

Domenica, girando in macchina per i borghi delle valli lombarde, ho imparato parecchie cose. Una molto bella. Sintetizzerei cosi il concetto: la democrazia è custodita come un tesoro in questi posti e da questa gente. Lo si capiva già di buon mattino, sostando in quelle piazze, facendo titillare il cucchiaino nella tazzina del caffè e chiacchierando al bar con quelli che cercano i funghi e con gli anziani che si alzano presto. I numeri lo hanno confermato. A questi paesi, dove talvolta il 60 per cento dei cittadini si è recato alle sezioni elettorali, il Presidente della Repubblica dovrebbe dare la medaglia d’oro della resistenza democratica. Questi qua ci credono ancora alla volontà popolare e al suo primato sugli interessi delle grandi lobby finanziarie e dei loro think thank del pensiero unico e imposto. Bisognerebbe sistemare i tablet di Maroni in teche di cristallo, come reliquie di un mondo che pensa ancora a se stesso come retto da una democrazia. E bisogna fare in modo che ottenga quanto chiede a maggioranza. Altrimenti è una truffa. E la si smetta di giocare coi numeretti. Esiste un partito dell’autonomia che in Veneto supera il 57 per cento e in Lombardia sfiora il 40 per cento. Non esiste nessuna volontà chiara, con un programma definito come questo partito. E nessuno mai, nella storia d’Italia ha avuto un simile consenso. Tenuto infatti conto che in Italia ormai vota al massimo il 60 per cento, questo partito equivale al 95 per cento delle schede infilate nell’urna mediamente alle elezioni politiche in Veneto, e al 63 per cento dell’elettorato lombardo. E vadano al diavolo o a ripetizione di aritmetica e di storia politica e diritto costituzionale chi depotenzia il voto lombardo, avendo ottenuto il 95,3% di si, ma senza aver dovuto saltare l’asticella del quorum.

Lezioncina da scuola serale. Quali altri referendum hanno pieno valore senza che si applichi la clausola del 50% + 1 degli aventi diritto al voto? Quelli più importanti di tutti: i confermativi delle riforme costituzionali Quella più importante, entrare effettivamente in vigore dal 1947 ad oggi, si riferisce al micro-federalismo voluto dal centrosinistra. La riforma, che comprende gli articoli 116 e 117 su cui fanno leva Maroni e Zaia, fu sottoposta a referendum confermativo nel 2001. E quale fu l’enorme affluenza di votanti che consentì quella riforma epocale? Il 34,10%. Ma andate a scopare il mare.

Renato Farina (Libero)

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