A Milano guardare dove si cammina non è un dovere

Milano

Milano 26 Maggio – La storia va riportata nel modo più asettico possibile. Per questo scegliamo Repubblica, non certo sospettabile di simpatie padronali:

Il tribunale condanna il Comune di Milano a risarcire una vigilessa che, in ufficio, era inciampata nei cavi del telefono. Niente di grave, una contusione alla gamba. Abbastanza però per portare il giudice ad affermare che il datore di lavoro deve garantire la sicurezza dell’impiegato, alle prese con computer e stampanti, allo stesso modo in cui un’impresa edile è chiamata a tutelare la salute degli operai in cantiere.

Il caso risale al dicembre 2014. Al tempo dell’incidente la vigilessa era in servizio al comando di via Oglio 18. A rappresentarla nel processo è stato l’avvocato Carmen di Salvo; a firmare il provvedimento è il giudice Riccardo Atanasio della sezione Lavoro del tribunale. E potrebbe costituire un importante precedente. Sono infatti moltissimi gli impiegati che si fanno male in ufficio, e pochi quelli che fanno causa al datore di lavoro per i danni subiti.

Ora, per carità, massima solidarietà all’agente ferita nel compimento del proprio dovere. Avrei voluto scrivere “caduta” ma mi sarebbe parso eccessivo. In ogni caso l’intera vicenda mi pare abbastanza surreale e grottesca. Intanto una premessa, posso commentare solo la storia giornalistica, non avendo accesso alle carte. Ma il principio per cui non ci devono essere cavi volanti in un ufficio si colloca tra l’assurdo e l’inapplicabile. Gli ostacoli, nella vita e nel lavoro, esistono. Non è che possiamo farci molto. E sono, al contempo, facili da evitare per il lavoro e difficilissimi da far sparire per il datore. Pretendere, quindi, che quest’ultimo possa eliminarli del tutto, onde evitare la responsabilità nei confronti dei dipendenti distratti pare vagamente eccessivo. Non dico che, nel caso di specie, la vigilessa lo fosse, ma di solito i cavi non sono mordaci, non aggrediscono di soppiatto e non anelano alla caduta del genere umano. Magari quello del comune di Milano è l’eccezione che conferma la regola, ma mi sia consentito dubitarne. L’unica cosa che mi consola è che le sentenze di primo grado non fanno giurisprudenza, al contrario di quanto pare credere il giornalista di Repubblica. Ed oserei dire per fortuna.

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