Rivoglio la Milano che sapeva sperare

Le storie di Nene Vecchia Milano

Milano 6 Febbraio – Si andava all’Idroscalo a fare festa con una fetta d’anguria rossa e polposa come i nostri sogni dei vent’anni. E l’aria camminava piano, dolce, con i primi caldi di primavera. Con lui, il mio Giorgio, un pittore di belle speranze e senza un soldo. Abitava in un abbaino senza servizi, senza cucina, un letto prestato da un’anima pia, un lavandino con l’acqua rigorosamente fredda, la forza della speranza. Dire una vita da bohemien è ingentilire la povertà, è colorare i ricordi, è rimpiangere un amore

Io, operaia, figlia di operai, abitavo in una casa di ringhiera nella zona di piazzale Istria e mi sentivo ricca con quella stufa grande al centro della cucina e l’acqua calda e i gerani nel ballatoio.

Giorgio dipingeva Milano e ancora Milano, con la nebbia e col sole, non importa. Amava il crepuscolo e diceva che Milano va interpretata, sognata quasi fosse una donna riservata che ama la penombra, i mezzi toni e che poi a tratti si svela, orgogliosa e fiera, con la maestosità delle sue architetture, con i segreti del suo romanticismo, con la tenerezza di certe atmosfere.

E i suoi quadri erano per me veri capolavori: la luce ad illuminare gli angoli, una luna piena che giocava con il Duomo, l’acqua vibrante dei Navigli….

Li vendeva al mercato, senza cornice, a volte barattandoli con una fettina di carne e un etto di prosciutto crudo.

Ma io ci credevo, ci credevo davvero che sarebbe diventato celebre come Picasso. Ci voleva un po’ di fortuna, solo un po’ di fortuna.

E la nostra vita si inseriva in un clima che diventava fatica e sorriso.

Giorgio non è diventato Picasso e la sua Milano oggi non c’è più. Oggi che cosa potrebbe dipingere? Il degrado, l’abbandono e quella tristezza che segna i gesti e i volti della rassegnazione?

Giorgio mi ha lasciato il sogno di una Milano che spera ed è la mia ricchezza.

(I ricordi di Milena)

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