Abbiamo un mezzo leader per un mezzo Paese

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Milano 6 Dicembre – Leonardo Sciascia, nella sua suddivisione tra uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà, probabilmente lo avrebbe inserito nella seconda categoria, quella dei mezzi uomini. Ché Matteo Renzi si era presentato così, come un uomo comune, l’italiano medio, un mediano alla Ligabue, che avrebbe riscattato il Paese dalla sua posizione intermedia, dalla sua mediocrità. Lui lo avrebbe tirato fuori da quella terra di mezzo, da quell’essere sospesi tra recessione e sobrietà, dalPurgatorio della crisi. E invece il suo lavoro e le sue parole sono rimaste a metà, ché erano soltanto un mezzo per arrivare a un fine, il potere. E lui stesso si è dimostrato un italiano di mezzo, cioè di passaggio, un mezzo italiano (con un senso di patriottismo altalenante), oltreché un mezzo leader, con un mezzo partito e mezze idee.

A fargli questa fotografia impietosa, d’altronde, non siamo noi, ma è il Censis, che nel suo rapporto annuale ha descritto l’Italia come un Paese «in letargo esistenziale collettivo», con una ripresa «dello zero virgola» e una totale sfiducia che si traduce in una «povertà di progettazione per il futuro», causata da un ceto dirigente «fatto di mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone».

Il Censis è ancora più caustico della nostra analisi di sopra: non parla di Purgatorio Italia, ma di «limbo italico», mandando il nostro Paese all’Inferno o in un suo cantuccio. E la medietà che il Censis ci rimprovera riflette bene la personalità di chi ci guida, che ormai – pur aspirando a un Partito della Nazione – si trova  alla testa di un Partito della Fazione, pieno di correnti e dissidenti, in cui la base (leggi i sindaci) si rivolta contro il Sindaco d’Italia; un capo le cui idee chiamate riforme si sono impantanate dopo mezzo mese, non sono mai diventate leggi concrete o, se lo sono diventate, sono state frutto di compromessi, di una strategia di mezzo, all’insegna dell’in medio stat poltrona; e la cui altezza politica di statista si è dimostrata un’illusione alla prova delle grandi sfide del tempo: non appena si è palesata l’emergenza terrorismo, l’autorevolezza di Renzi si è ridimensionata, la suastatura è stata dimezzata, fino a farlo tornare un leader piccolo piccolo, un nanetto a confronto dei Grandi del mondo (uno che viene invitato in extremis alla riunione ristretta dei Grandi sul clima, solo perché dispiaceva tenerlo fuori…).

Renzi voleva trasformare il G20 in un GRenzi, credeva di poter diventare il nocchiero d’Occidente, di essere faro per i popoli mediterranei e d’Europa. E la ripresa del Paese, quello Stivale che sembrava ormai a terra, andava di pari passo con la sua crescita personale, lui doveva essere la guida che avrebbe risollevato l’Italia, l’avrebbe restituita agli antichi fasti, l’avrebbe fatta sentire nuovamente grande. Lui doveva essere la biografia di una nazione risorta.

Ma l’epopea presto si è sgonfiata, il Paese è tornato stanco e disilluso, e pieno di paure, la fiducia si è ridotta, e oggi siamo ancora incerti, dormienti, timorosi di fare per non perdere o rischiare, indolenti e passivi, in attesa che gli altri operino e ci risolvano i problemi, sicuri solo di una cosa, che sia meglio non osare, indecisi se essere uno zero oppure identificarci nella virgola. L’Italia è un apostrofo insignificante tra le parole Zero e Virgola.

E stiamo lì sospesi, inerti, come il nostro premier, che sembra ancor più Basso, o forse Bassolino, da quando ha messo la testa nella sabbia e gioca al gioco delle tre scimmiette, al “non vedo, non parlo e non sento”. Che facciano gli altri, che gli altri bombardino. Armiamoci e partite. Noi restiamo neutrali, né con gli uni né con gli altri. Tiepidi. Come quelli che Gesù nel Vangelo dice di schifare. Perché bisogna prendere posizione a un certo punto, dire da che parte si sta. E invece con Renzi non capisci neppure se stiamo a destra o a sinistra. Se siamo in ripresa o in recessione. Se siamo in guerra oppure in pace con i terroristi.

Dovevamo essere il centro del Mediterraneo. Invece ci troviamo in mezzo e nessuno ci si fila.

Gianluca Veneziani (L’Intraprendente)

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