Si dice povertà per dire fame, rinuncia, vergogna, disperazione

Approfondimenti Le storie di Nene

Milano 7 Novembre – Si dice povertà come fosse un comune denominatore di una classe sociale, così, tanto per definirla, per dare un senso ad una fascia di popolazione sfortunata, quasi fosse un’astrazione, una categoria. Quasi fosse un dato statistico come tanti. Per indicare, per qualificare, per ghettizzare.

La povertà ha l’odore acre della rinuncia, spesso della vergogna, sempre del dolore e della disperazione.

Serafina racconta: E’ un tarlo che accompagna i giorni e le notti, che uccide desideri e sogni, che cavalca l’insicurezza e la fragilità, che rimpiange il pane a volontà, che lacera i rapporti sociali, che isola il cuore, che piange raggomitolata su se stessa. Con la rabbia dell’ineluttabilità, con la vergogna di non poter fare, con l’incapacità di ascoltare la vita.

E allora ti chiedi che senso hanno i colori, le stagioni, il sole, le stelle. Che senso ha il sorriso di mia figlia, se non posso regalarle una bambola, che provocazione è quel sacchetto di castagne se non posso comprarle, che dignità può esserci con queste scarpe senza colore, vecchie, sempre le stesse da quindici anni. Che amore può sopravvivere se l’unico argomento comune con mio marito sono i soldi insufficienti per la spesa e il lavoro che non si trova e le bollette da pagare e il freddo in casa che toglie il respiro. Che senso ha “andare a far la spesa” in parrocchia o al Pane Quotidiano e sognare per una volta un osso buco o il prosciutto crudo o tre cachi per la mia famiglia….

La povertà non canta, non ride. Si interroga ogni giorno, quasi fosse una colpa, quasi fosse un destino. Chi ha la pancia piena e i sogni intatti, non può capire. Chi governa, chi amministra, chi potrebbe fare qualcosa abbia il coraggio di guardarci negli occhi e abbia il rimorso per averci dimenticato. La povertà siamo noi, persone senza volto e senza nome. Ma persone”.

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