CONFCOMMERCIO E JOBS ACT

Economia e Politica

Milano 16 Gennaio – È stato diffuso in questi giorni il rapporto dedicato a “Il lavoro, l’impresa, il mercato” dell’Ufficio studi Confcommercio.

L’analisi del provvedimento del governo inizia con l’esigenza di individuare “idonei strumenti di sostegno alla terziarizzazione dell’economia italiana, partendo da una serie di considerazioni di mercato. Il costo del lavoro nel terziario in Italia fra il 2007 e il 2013 è aumentato di oltre il 16%, contro il circa 14% della Germania. Viceversa, la produttività è diminuita del 4,5%, contro il +1,6% segnato dalla Germania”. Conclusione: “la combinazione tra dinamiche della produttività e dinamiche del costo del lavoro esprime la perdita di competitività del sistema Italia”. Quadro aggravato dal fatto che la perdita di produttività, in Italia, viene definitiva una “malattia cronica”, che riguarda “tutti i settori, tutti i territori, tutte le tipologie d’impresa”, e che trae origine da una serie di problemi relativi a burocrazia, giustizia, fisco, mercato del lavoro.

Seguono una serie di critiche al Jobs Act: i nuovi istituti contrattuali come il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti “non possono incorporare/sostituire quelle tipologie contrattuali flessibili, che hanno consentito nell’ultimo decennio di restituire qualità concorrenziale e vitalità occupazionale a comparti strategici per il nostro Paese (si pensi al lavoro a chiamata nel turismo)”. Mentre i correttivi sulla flessibilità in uscita (le novità sull’articolo 18, sempre relative al nuovo contratto indeterminato a tutele crescenti), “dovrebbero garantire una maggiore certezza del diritto e delle regole a tutti gli operatori” e “una riduzione dei tempi delle controversie giudiziarie e semplificazione delle procedure”. Confcommercio teme che l’indennizzo economico previsto per il licenziamento illegittimo “assuma dimensioni tali da  risultare ancora una volta sproporzionato rispetto al panorama internazionale”.

Altro punto su cui Confcommercio dissente è l’introduzione del salario orario minimo. Si tratta di un istituto presente “nei paesi caratterizzati dall’assenza di contrattazione collettiva nazionale o da sistemi di contrattazione collettiva non in grado di garantire una distribuzione salariale minima ed al contempo omogenea per tutto il territorio”, cosa che non avviene in Italia dove “la determinazione della retribuzione del lavoro subordinato è da sempre affidata alla contrattazione collettiva nazionale di categoria”. In pratica, il compenso orario minimo, anche se limitato a settori non coperti dalla contrattazione collettiva, “porterebbe con sé un elevato rischio di alterazione, in via indiretta, degli equilibri economici individuati dai contratti collettivi nazionali”. Questo, perché “se la quota fosse più bassa dei contratti collettivi si correrebbe il rischio di disapplicazione degli stessi, se fosse più alta si determinerebbe uno squilibrio nella rinegoziazione degli aumenti, infine un possibile adeguamento periodico per legge riproporrebbe, seppure in misura ridotta, il vituperato meccanismo della scala mobile”.

Costo del lavoro: gli incentivi alle assunzioni possono portare risultati positivi nel breve periodo ma non sono una soluzione strutturale. Meglio confermare la riduzione strutturale dell’IRAP, con un correttivo che garantisca benefici per tutte le imprese.

Altre proposte: un costo del lavoro europeo che agisca sul cuneo fiscale per restituire competitività alle imprese italiane. Forme di contribuzione volontaria per gli ultracinquantenni. Defiscalizzare la previdenza complementare, togliendo il contributo di solidarietà all’INPS. Sgravi fiscali per la formazione. Riformare le tariffe INAIL. Abbassare il contributo del terziario alla malattia INPS. Flessibilità in entrata e uscita. Salvaguardia una serie di contratti, come le collaborazioni a progetto. Togliere il reintegro per “specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato” prevista dalla delega (in realtà, il decreto attuativo ha già in parte recepito questa proposta). Abrogare la procedura di conciliazione per i licenziamenti economici (articolo 7 legge 604/66). Possibilità di mutare mansioni e retribuzione, per esempio in caso di crisi di mercato, innovazioni di prodotto e processo, obsolescenza delle competenze.

Nota dolente la burocrazia: c’è necessità di procedure più semplici per la gestione del rapporto di lavoro, di procedure arbitrali che disincentivino il contenzioso giudiziario, di una razionalizzazione degli organi ispettivi, di uniformare il contratto di apprendistato.

E poi, liberalizzare la rete di servizi per il lavoro, più coordinamento fra politiche attive e sostegno al reddito (anche sanzionando il disoccupato che rifiuta proposte di lavoro), sviluppare una reputazione di efficienza dei servizi per il lavoro ed un sistema premiale per gli operatori che collocano disoccupati.

Per concludere una nota sugli ammortizzatori sociali: bisogna semplificare la cassa integrazione e il fondo di solidarietà residuale specifico per il terziario (per aziende sopra i 15 dipendenti).