Gianni Rivera: un ricordo del mio amico Sandro

Categoria Mancante Milano

Un omaggio all’amico  firmato da Gianni Rivera sul Corriere della Sera rappresenta una straordinaria testimonianza d’amore, rispetto e nostalgia, che travalica i confini della semplice cronaca sportiva per farsi ritratto d’epoca. Con la scomparsa di Sandro Mazzola, Rivera non commemora soltanto l’avversario di una vita o il compagno di indimenticabili avventure in Nazionale, ma si trova a piangere una parte fondante della propria stessa identità. Tra aneddoti commoventi e confessioni d’affetto sincero, questo scritto abbatte definitivamente il mito della rivalità ad ogni costo, consegnandoci il ritratto di due anime speculari che, pur dividendo una città e un paese in due filosofie di gioco e di vita, hanno finito per valorizzarsi ed esaltarsi a vicenda.

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Sandro non è stato solo un meraviglioso Rivale per me, ma è stata una parte di me, come io sono stata una parte di lui. Per questo oggi piango per lui ma anche per me. Io e Sandro siamo stati i Coppi e Bartali del calcio: avevamo lo stesso talento, eravamo i due Capitani, siamo stati e siamo ancora le bandiere di Inter e Milan, insieme ai nostri compagni di squadra abbiamo vinto tutto, scudetti, Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali. Siamo stati pezzi unici e irripetibili ma anche due facce della stessa medaglia, la mia popolarità esaltava la sua e la sua esaltava la mia. Non c’è derby di oggi e di domani che nella raccontarsi non passi da Rivera e Mazzola a Mazzola e Rivera.

Io e Sandro incarnavamo due filosofie di gioco e di vita, quasi due partiti con una loro ideologia, sostenere uno di noi due era scegliere uno stile di gioco, un modo diverso di interpretare il calcio e forse la vita. Come noi però non c’era e non c’è nessuno: eravamo la Milano degli anni sessanta, quella delle grandi trasformazioni sociali, che dominava il calcio mondiale con le sue due squadre e i loro due Capitani ragazzini e poi uomini. Un’epoca forse irripetibile.

Ai Mondiali del 1970 ci considerarono incompatibili con uno spreco assurdo di arte calcistica e si inventarono la staffetta, il primo tempo lo giocava lui e il secondo io, tranne che nella finale con il Brasile. Invece potevamo giocare benissimo nello stesso undici tanto erano diverse le nostre caratteristiche e vincere insieme come agli Europei del 1968. Nero Rocco, che era innamorato di Sandro, provò a portarlo al Milan, peccato che non ci sia riuscito: insieme saremmo stati imbattibili. Ma la storia di Milan e Inter in fondo è più bella così.

Hanno spesso tentato di metterci contro ma non ci sono mai riusciti. Con Sandro e Sergio Campana abbiamo fondato il sindacato dei calciatori mettendo la nostra popolarità al servizio soprattutto dei calciatori meno fortunati, sfidando le ritorsioni del potere e le ironie dei nostri tifosi che consideravano un’eresia vederci insieme. Abbiamo anche fatto molte cose divertenti: una trasmissione televisiva insieme, gli invitati del Corriere della Sera ai Mondiali del Messico vinti da Maradona, siamo stati persino una commedia musicale che andò in scena nei teatri milanesi degli anni settanta.

Ma ricordi di lui ne ho tanti. Il primo derby contro Sandro per esempio me lo ricordo benissimo: dopo 15 secondi andò in gol, Il mio invece me lo annullarono, ma finì uno a uno punto. Fu un Derby molto nervoso e io e Sandro, giovanissimi, su un fallo stavamo per venire alle mani. Fu un attimo. Ci guardammo negli occhi e invece di menarci ci abbracciamo. Il pubblico si mise ad applaudire e Angelo Moratti confesso’ poi la sua commozione nel vedere quei due ragazzini abbracciarsi. Ricordo Poi un Derby di fine anni Settanta, l’ultimo di Sandro in campionato, lui aveva 35 anni, io 34. Ci lanciamo di corsa sulla fascia come fossimo tornati bambini a caccia di una palla inutile, lui cercava invano di staccarmi, io invano di superarlo, arrivammo in fondo senza fiato e ci venne da ridere. Ormai siamo pronti per il circo, mi disse, e ci facemmo un’altra risata. Oggi invece piango un fuoriclasse autentico, un uomo per bene e un rivale leale. Ma, ora posso dirlo, anche e soprattutto un amico vero.

Gianni Rivera (Corriere della Sera, 20 Settembre 2026)

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