La città senza negozi

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Che cosa succede a una città quando il negozio sotto casa non c’è più?

All’inizio quasi nulla: si compra altrove, si ordina online, si prende l’auto e si va in un centro commerciale. Poi, lentamente, ci si accorge che quella strada è cambiata: una saracinesca abbassata, un’insegna sbiadita, un locale vuoto; e insieme al negozio è scomparso anche un piccolo punto di riferimento.

Non è soltanto una questione di nostalgia: il commercio riflette la salute di una città, la sua vitalità, la sua capacità di offrire servizi e occasioni d’incontro. Per questo, la progressiva scomparsa dei negozi di prossimità merita di essere osservata con attenzione, senza semplificazioni e soprattutto senza attribuire ogni responsabilità ad internet.

Tra il 2012 e il 2025, in Italia sono scomparsi circa 156.000 punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante: oltre un quarto del totale.

Nello stesso periodo le imprese italiane del commercio e dei pubblici esercizi sono diminuite di circa 290.000 unità, mentre quelle straniere sono aumentate di 134.000. È una trasformazione profonda, che riguarda non soltanto i consumi, ma anche il modo stesso in cui è organizzato il nostro commercio.

L’e-commerce ha certamente avuto un ruolo importante: nel 2025 rappresentava l’11,3% delle vendite di beni e il 18,4% di quelle di servizi. Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui, perché a cambiare sono state anche le nostre abitudini: abbiamo meno tempo, cerchiamo prezzi più convenienti, confrontiamo tutto dal telefono, e spesso preferiamo la comodità della consegna a domicilio.

A questo si aggiungono gli affitti, il costo del lavoro, l’energia, la difficoltà di trovare personale e il mancato ricambio generazionale: molte attività non chiudono perché non hanno più clienti in assoluto, ma perché non riescono più a sostenere i costi necessari per restare aperte.

E poi c’è il problema dei consumi. Nel 2025 le vendite al dettaglio sono cresciute dello 0,8% in valore, ma sono diminuite dello 0,6% in volume: si è speso un po’ di più, ma non necessariamente si è comprato di più; è una differenza piccola solo in apparenza, perché aiuta a capire quanto sia difficile leggere la salute del commercio guardando soltanto al fatturato.

A pagare il prezzo più alto di questa trasformazione sono stati soprattutto alcuni settori che per decenni hanno rappresentato la rete commerciale delle nostre città: le edicole, l’abbigliamento, le calzature, i negozi di mobili e ferramenta, le librerie e i giocattoli.

Le percentuali sono impressionanti: tra il 2012 e il 2025 le edicole hanno perso il 51,9% dei punti vendita; abbigliamento e calzature il 36,9%; mobili e ferramenta il 35,9%; libri e giocattoli il 32,6%. Numeri che raccontano lo svuotamento di molte nostre strade meglio di qualsiasi fotografia, e aiutano a capire perché alcuni quartieri siano diventati più uniformi e meno caratterizzati.

Non tutto, però, scompare allo stesso modo; alcuni settori resistono meglio perché offrono beni difficili da sostituire, servizi urgenti o un rapporto diretto con il cliente. Il commercio, dunque, non sta semplicemente morendo: sta soltanto cambiando pelle. La domanda è capire in quale direzione; verso città più funzionali, oppure verso città nelle quali restano soltanto le attività capaci di sostenere gli affitti più alti?

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