L’idea di riaprire i Navigli a Milano torna periodicamente a galla come un classico evergreen della politica locale, buono per riempire le pagine dei giornali ma ben lontano dal trasformarsi in realtà. Il sindaco Beppe Sala ammette candidamente che l’iniziativa si è arenata davanti a costi semplicemente insostenibili, preferendo scaricare l’onere e l’eventuale patata bollente sul suo successore, visto che la città andrà al voto nel 2027.
Riconoscendo l’impossibilità di realizzare il piano originale, il primo cittadino suggerisce ora un approccio a macchia di leopardo, ipotizzando la riapertura di soli due tratti ritenuti tecnicamente più semplici: la zona di San Marco e la Conca dei Navigli. Resta tuttavia da chiedersi se abbia davvero senso spendere cifre enormi soltanto per creare due “vasche” isolate nel tessuto urbano, con il rischio di realizzare opere incomplete e fini a se stesse che poco aggiungono alla mobilità e al fascino storico dell’intera rete fluviale.
La parabola di questo progetto appare emblematicamente fallimentare. L’Unione Europea era disposta a sostenere l’opera, ma solo a fronte di un ripristino integrale e navigabile dell’intero sistema lacustre. Con l’arrivo della pandemia e il lievitare dei costi fino a quasi mezzo miliardo di euro, il piano è stato accantonato senza troppi complimenti. Riproporre oggi mini-interventi costosi e frammentati ha tutta l’aria di essere l’ennesimo tentativo di tenere vivo un sogno suggestivo, ma palesemente irrealizzabile, buono solo per la prossima campagna elettorale.
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