Il racconto di oggi mi fa fare un salto nel tempo spostando la lancetta indietro di 60 anni. Abitavo nella zona del Giambellino insieme ad altri artisti, come Herbert Pagani (con cui ho scritto il testo di “Gioventù”, un mio successo a “Un disco per l’estate “del 1967), Ricky Gianco (con cui ho scritto il brano “I miei pensieri” da lui poi inciso e pubblicato dalla Ricordi nel 1968) e … Lucio Battisti.
Con Lucio ho tenuto, soprattutto tra il 1966 e 1967, un rapporto di amicizia e di stima reciproca. In quel periodo io avevo già riscosso un impatto importante sul palcoscenico musicale nazionale e internazionale. Nel 1966 come cantante, con “Chitarre Contro la Guerra” e, come autore al Festival di Sanremo del 1967, con “Il Cammino di Ogni Speranza”, interpretata da Caterina Caselli e Sonny&Cher. Lui era agli inizi, ma frequentandolo, e avendo ascoltato alcuni suoi spunti accompagnato dalla sua inseparabile chitarra, avevo compreso di avere a che fare con un potenziale genio musicale e una voce particolare, acuta, graffiante, che entrava dentro l’anima per rimanerci. Nella vita sociale di tutti i giorni appariva cordiale, di compagnia ma molto parsimonioso e, soprattutto, con dignità rifiutava ogni tipo di invito che fosse al di sopra delle sue possibilità. Ricordo la fatica che facevo ogni volta per offrigli un pranzo nell’economica trattoria vicino alle nostre abitazioni. Per cui il giorno dopo, quando mi ricambiava l’invito, lo accettavo pregandolo di offrirmi… il mio panino preferito, wurstel gigante con cipolle lesse e tanta senape, che tra l’altro adoravo e adoro ancora. Un ragazzo nato grande e rigonfio di valori, rispetto per gli altri e amor proprio per se stesso.
Cercando di dargli una mano nell’introdursi al meglio in un mondo tanto complicato e spietato come quello musicale, gli proposi di collaborare con me nello scrivere la musica del mio nuovo singolo previsto e lui, guardandomi negli occhi, mi rispose: “Ti ringrazio Umberto, ma io ho un percorso ben chiaro dentro di me… e voglio percorrerlo da solo, con le mie capacità.”
Non mi offesi affatto, anzi! Apprezzai ancor di più la sua onestà e determinazione… Aveva ragione lui, altroché… nessuno avrebbe potuto solo provare a interferire con la sua vena musicale.
E nel 1969 la sua tenacia fu premiata, ed io ero lì a fare il tifo per lui quando salì sul palco del Festival di Sanremo per presentare “Non sarà un’avventura”, in coppia con Wilson Pickett. Ma Lucio, arrivato al successo, non si dimenticò del mio pensiero gentile che avevo avuto per lui anni prima, e in quello stesso anno, quando cominciavo a sentire sulla mia pelle le azioni negative di coloro che avevo rifiutato politicamente per lasciare integra la mia onestà intellettuale, libera e non ricattabile, mi portò da Cristina Leroux, la prima editrice e talent scout che aveva creduto in lui e gli aveva spalancato un portone. Io accettai l’incontro, anche se gentilmente rifiutai con una scusa l’ottima possibilità propostami… perché non me la sentivo di voltare le spalle all’edizione e etichetta che mi avevano accolto quando le porte della Rai per me si erano chiuse.
Le nostre strade si divisero quando io mi ritirai per un breve periodo, dal 1970 al 1975, ma con la nascita delle radio libere, la “luce si riaccese” e la mia vena e voglia di rimettermi in gioco mi rigenerarono. Ripresi il mio cammino artistico infilando anch’io una bella serie di successi, sia come cantante sia come autore, e tre partecipazioni al Festival di Sanremo come interprete.
Però “quella luce si spense in me” definitivamente nel 1989, quando le radio libere che mi avevano supportato vennero per la maggior parte “assorbite” dai Network, ed io rifiutai l’ennesima proposta di “assorbimento” ideologico e politico… e nel 1991, alla fine dell’estate, dopo aver tenuto fede con l’ultimo spettacolo a tutti i miei impegni sottoscritti con gli impresari che coordinavano le mie esibizioni, staccai la spina e mi ritirai, cambiando mestiere.
Però, tutto sommato, il distaccarmi dal palcoscenico mi mancò ma non mi rese infelice. Non avevo nulla da recriminare. Nella mia carriera avevo fatto più 3000 concerti tra discoteche e feste di piazza e mi ero ritirato solo per una per mia ponderata scelta: perché la soddisfazione e l’adrenalina vissute sul palco non riuscivano più a compensare le difficoltà e la rabbia che mi debilitavano l’anima per le ingiustizie che subivo in una nazione come l’Italia, ricca di arte e di estro, umiliata e depredata per lasciare spazio preferenziale, indipendentemente dai meriti, agli amici degli amici o all’ideologia condivisa solo per interesse.
Credo, però, e sottolineo che è solo una mia sensazione, che il palco sia mancato molto anche a Lucio, perché a un certo punto, si racconta, fu “consigliato” di rinunciare alle esibizioni pubbliche. A uno dei pochi che riusciva a incidere i dischi cantando in diretta insieme al gruppo che lo accompagnava, “invitato” a non farlo più esibire dal vivo e a rinchiudersi in un isolamento (questo avrebbe creato un alone di mistero e attesa per l’uscita di ogni suo nuovo album), per me appariva troppo in contrasto con il suo carattere schietto, socialmente aperto, con la battuta sempre pronta ma, soprattutto, con la sua immensa arte da condividere “live” con la gente accorsa in massa per “gustarlo” e applaudirlo.
Questo brano, che io considero uno dei suoi grandi capolavori creato insieme a Mogol, rappresenta per me, forse il commiato della sua essenza più genuina dal pubblico che lo ha amato e che lo amerà per l’eternità… sì, perché le sue canzoni le cantano, e le canteranno insieme ancora per molti anni, vecchi, uomini maturi, ragazzini e bambini.
Una triste sera del 30 agosto, o primo settembre, del 1998, non ricordo esattamente, un medico primario dell’Ospedale San Paolo di Milano, amico mio fraterno, venne a trovarmi a casa e mi comunicò, sicuro che avrei tenuto per me la notizia, che avevano fatto degli esami per accertamenti a Lucio Battisti, che lo avevano, cito esattamente le sue parole, “aperto e richiuso”, perché per lui non c’era una possibilità di sopravvivenza. “Una brutale sentenza che mi lasciò sconcertato”. Un immenso artista di 55 anni, nel pieno della vita e della sua maturità, costretto all’improvviso ad un viaggio senza ritorno… Non condivisi il triste segreto neppure con i figli e appresi dai media la notizia della sua morte.
Caro Lucio riposa in pace e, ogni tanto, esibisciti con la tua chitarra alla presenza degli angeli e dei beati in Paradiso, donerai anche a loro quelle che… tu chiamale se vuoi… emozioni.
… Lucio, ti canto e ti canterò sempre nelle feste insieme ai miei amici…
Capitan U 1947
(alias Umberto Napolitano)

Scrivo e canto canzoni da sempre, sono la mia arma di espressione libera e senza filtri. Nella mia carriera ho molte hit cantate da me e da grandi star nazionali e internazionali, al mio attivo 6 Festival di Sanremo come autore, 3 come cantante ed altro. Sono un rivoluzionario? Forse, non so, non credo che osservare e raccontare onestamente sia un atto sovversivo … però una cosa è certa: ovunque c’è “casino”, io ci sono.
Umberto un bel articolo complimenti
🫶😘🐞🤗buongiorno Umbi .. incantevole racconto e meravigliosi aneddoti.
Abbraccione .Grazie di queste perle.